Cile: una storica vittoria popolare

La vittoria di Gabriel Boric alle elezioni presidenziali cilene del 19 dicembre può a buon diritto essere definita storica. Il giornale “La Tercera” ha prontamente individuato i tre elementi determinanti dal punto di vista propriamente elettorale: una partecipazione superiore a ogni previsione, la vittoria schiacciante di Boric nella regione metropolitana di Santiago, che da sola ospita più della metà della popolazione cilena, e la defezione dell’elettorato di Parisi, che pure aveva dichiarato il suo appoggio al candidato della destra Kast.

Ma le radici profonde della vittoria di Boric vanno cercate nella storia cilena degli ultimi cinquanta anni. Il popolo è sceso in massa alle urne per evitare la vittoria di un candidato chiaramente di razza pinochettista come Kast e si è trattato in questo senso, unitamente alle elezioni della Costituente, frutto a loro volta della grande mobilitazione sociale di massa iniziata nell’ottobre del 2019 della vera e propria rivoluzione antifascista che era finora mancata nonostante il passaggio formale ai governi del centrosinistra avvenuto già alla fine degli anni Ottanta.

L’altro grande sconfitto di queste elezioni presidenziali cilene è stato il neoliberismo, insediatosi nel Paese proprio col sanguinoso colpo di Stato del 1973, in virtù del quale i professori di Chicago hanno potuto attuare le loro funeste ricette dopo che i macellai golpisti avevano massacrato il popolo sterminando le sue avanguardie.
Il neoliberismo ha usato come una cavia il popolo cileno facendone carne di porco per quaranta lunghissimi anni. E le timide riforme dei governanti della Concertacion hanno solo leggermente attenuato il peso insopportabile di politiche volte a rendere il Paese, impoverito e avvelenato dall’inquinamento ambientale, riserva di caccia delle multinazionali più predatorie.

La negazione dei diritti più elementari di lavoratrici e lavoratori, la negazione di ogni servizio sociale, a cominciare da salute e iscrizione, ricollocati sul mercato e quindi accessibili solo agli abbienti, hanno determinato la nascita di grandi movimenti di massa, come quello studentesco, in cui si è formato il trentacinquenne Gabriel Boric, oggi uno dei presidenti più giovani del mondo.

Importante è stata anche la ricerca delle proprie radici culturali. Il movimento si è incontrato colla plurisecolare resistenza dei mapuche, il popolo indigeno che più a lungo ha dato filo da torcere ai colonizzatori e che come si è visto continua a farlo.

L’esplosione sociale iniziata nell’ottobre 2019 nasce dall’insopportabilità del modello cileno, installato suola punta delle baionette dei golpisti nel 1973, per la grande maggioranza della popolazione di fronte all’ulteriore peggioramento determinato dalla crisi del capitalismo finanziario esasperato in seguito dalla pandemia.

Il presidente uscente Sebastian Pinera si è illuso di poter fermare questo movimento di massa impetuoso mediante una repressione che lo ha reso colpevole di gravi crimini per i quali è oggi sotto inchiesta, insieme ai suoi collaboratori politici e militari, da parte della Corte penale internazionale e di un numero crescente di giudici cileni.

Sostituire questo sistema fallimentare con un altro basato sull’equità sociale e realizzazione concreta dei diritti di ogni genere è la sfida cui oggi Boric deve fare fronte, recuperando anche i settori della classe media che temono di perdere privilegi spesso illusori.

Occorre certamente vigilare a tutti i livelli per impedire i colpi di coda di cui una destra a vocazione golpista e fascista come quella cilena potrebbe essere capace. Ma colle sue lotte prolungate e le sue vittorie elettorali il popolo cileno ha preso coscienza della sua forza.

Al nuovo presidente spetta inoltre il compito urgente e ineludibile di riannodare i rapporti col resto dell’America latina, mai sufficientemente coltivati dai suoi predecessori che hanno spesso stolidamente privilegiato il rapporto diretto colla potenza imperiale.

L’evidente declino della potenza statunitense, ben esemplificato dalla grottesca figura di Trump, di cui Kast è un fanatico supporter, renderà in certo senso obbligatorio al nuovo governo cileno volgersi verso gli altri Stati latinoamericani. L’amministrazione Biden sarà sempre più costretta a cercare la via del dialogo e del rapporto paritario con tali Stati perché, come hanno dimostrato di recente le vicende, non solo elettorali, di Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e Honduras, la via della forza brutale, che Nixon e Kissinger percorsero nel 1973 soffocando nel sangue l’esperienza di Allende, non appare oggi più percorribile.

E’ in questo nuovo contesto regionale e mondiale, caratterizzato da un crescente policentrismo, che si situa la vittoria di Boric. Anche per tale motivo essa è di buon auspicio per i prossimi appuntamenti elettorali di Colombia (29 maggio 2022) e Brasile (2 ottobre 2022) che vedranno con ogni probabilità la fine dei due governi di destra superstiti in America Latina, uno dei quali fra l’altro è scelleratamente diretto da un altro fan di Trump come Bolsonaro. Ben può dirsi, pertanto, che la vittoria di Boric sia un passo verso la Patria Grande.

Fabio Marcelli

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