Buone notizie dall’Honduras

Nell’ultimo mese l’aria era diventata sempre più tesa. I giornali e la televisione riportavano in continuazione episodi di violenza. A Tegucigalpa, in molti raccomandavano di fare scorte di cibo, gas e acqua. Il bollettino degli omicidi politici segnava un continuo crescendo fino all’assassinio del sindaco di Cantaranas – un paesone vicino la capitale – Francisco Gaitàn del Partito Liberale. Questo era il clima che si respirava prima delle elezioni più importanti nella storia dell’Honduras.

I dirigenti del Partito Nazionale al governo mostravano tutta la loro boria, mostrandosi sicuri di poter vincere ancora. Il candidato chiamato a succedere allo screditato Juan Orlando Hernandez (JOH), Tito Asfura (che pittorescamente si fa chiamare Papi ala Orden, cioè “Papi per l’ordine”), con la sua voce roca animava i suoi. L’apoteosi ci fu due domeniche fa, quando nello stadio della Villa Olimpica, una colonia semiresidenziale di Tegucigalpa vicino alla quasi favela conosciuta come La Esperanza, furono chiamati a raccolta i cachurechi.

Così vengono chiamati i militanti del partito nazionalista.  Cachureco significa conservatore ma, secondo il dizionario della Real Academia de España, anche “deformato”, “distorto”.
Lungo la strada che porta alla Villa Olimpica, all’incrocio con l’Anillo Periferico, una gran massa di persone con le bandiere azzurre del Partito Nazionale affluiva con tracotanza. Alcuni, con le facce tronfie, erano vestiti bene: erano i dirigenti del Partito.

La maggioranza aveva gli sguardi cupi e i vestiti lisi. Erano i poverissimi venuti dalle favelas o dai centri rurali più poveri dell’Honduras. In molti dicevano che erano stati pagati 100, altri dicevano 50 lempira per assistere alla chiusura della campagna elettorale dei cachurechi. Cioè due o quattro dollari. Una cifra che può essere decisiva per una famiglia che vive nell’indigenza come tante in Hondurs. Lo stipendio di un duro giorno di lavoro.

Nel frattempo, nel centralissimo Parque Central, al cui centro si trova la statua del Bolivar centramericano, Francisco Morazán, si riunivano i militanti di Libre e Salvador de Honduras. Lì il clima era completamente diverso. A salutare Xiomara Castro, la candidata alla presidenza del cartello di sinistra e lider di Libre (Libertad y Refundación – un partito di sinistra nato da una scissione del partito liberale dopo il golpe del 2009 che aveva destituito il popolare Manuel Zelaya, compagno di Xiomara) c’era quello che qui chiamano “popolo popolo”. Cioè il popolo non strumentalizzato e prezzolato.

La piazza era una marea di bandiere rosse (il partito di Libre), nonostante in tanti avessero paura ad uscire per strada. Xiomara dal parco urlava “se van”. Se ne vanno, riferito ai cachurechi al governo. Parlava di pacificazione, democrazia e diritti umani. Di riforme sociali e della possibilità per l’Honduras di uscire dallo stato di completa frustrazione economica e morale in cui era caduto dopo quasi un lustro di governo nazionalista.

Il presidente Juan Orlando era talmente screditato che perfino i nazionalisti ne prendevano le distanze. A detta di tanti, il paese si era trasformato in un narcostato e a riprova di questo il fratello di JOH, Tony Hernandez era stato arrestato a New York per aver introdotto 185 000 kg. di cocaina negli USA. In un mare di tracotanza, l’accusato aveva addirittura marchiato con le proprie iniziali (TH) i pacchi di droga. Secondo i giudici di New York, lo stesso presidente honduregno aveva a che fare con i traffici del fratello.
Perfino a Villa Olimpica, in un mare di bandiere azzurre nazionaliste, che ricordavano in quel clima più quelle franchiste che quelle del fu Partito Nazionale da cui i dirigenti più anziani prendevano ormai le distanze denunciandone la corruzione, si sentiva qualcuno che urlava “JOH fuera”: Juan Orlando fuori! Ma quella folla metteva paura. Erano molti di più di quelli che stavano dignitosamente e festosamente nel Parque Central. E quando il braccio destro di Tito Asfura, cioè David Chavez, salì sul palco inneggiato dalla folla, si poteva pensare che anche questa volta i cachurechi sarebbero riusciti a spuntarla precipitando l’Honduras nel disastro.

Era completamente ubriaco – sbiascicava – David Chavez quando iniziò il suo comizio. Sembravano le scene di un film sugli ultimi giorni di Sodoma o Gomorra o su qualche imperatore romano degli anni della decadenza. “Mi sento contento ed emozionato perché è giunta la ora di sconfiggere il comunismo”, fu l’esordio di questo Chavez, che poi – in un successivo momento passata la sbornia e in un mare di ridicolo – si giustificò accusando “i comunisti”, di aver montato sul suo microfono – usato peraltro in maniera normale da altre persone che hanno parlato prima e dopo  – un delay per farlo sembrare ubriaco.

Nelle settimane prima delle elezioni, nei mercati di Tegucigalpa, nei quartieri poveri o nei paesoni rurali che la circondano, si erano viste solo le bandiere di Libre e quelle del passionario anticorruzione alleato di Xiomara, Salvador Nasralla (Lider di Salvador de Honduras). Da dove erano arrivati tutti quei nazionalisti a Villa Olimpica? Era, forse, troppo presto per cantare vittoria?

Nei taxi, gli autisti sfoggiavano bandierine con scritto “dov’è il denaro del popolo?”, oppure “se van”. Con chiunque parlavi, i cachurechi erano odiati e derisi. L’Honduras era diventato più povero e soprattutto più pericoloso dopo il governo di destra. Gli omicidi si contavano a bizzeffe. Uscire per strada insicuro. La criminalità imperversava e anche l’assurdo era diventato la norma. Si parlava di traffici di ogni sorta: droga, armi e perfino organi.

La domenica delle elezioni, tuttavia, si ristabilì quello che si era visto fino ad allora. Le bandiere azzurre e perfino i manifesti cachurechi furono tolte. E la città cominciò fin dall’alba a tingersi di rosso. Anche la paura per le possibili violenze cominciò a dileguarsi come le domande: “che cosa succederà? Cosa faranno gli Stati Uniti?”.
Dopo le cinque, ad urne chiuse, nelle pulperie (i locali dove si vendono beni di prima necessità all’interno dei quartieri) la gente seguiva i risultati come in altri paesi si seguono le partite di calcio. Anche lì, c’erano solo bandiere rosse e qualcuna bianca del ancor più critico del regime Nasralla.

E a quel punto è arrivata la sorpresa. Non solo Xiomara aveva vinto, come era stato abbastanza previsto. Ma aveva vinto con margine tale da sconfiggere ogni possibile frode o tentativo di golpe. A quel punto la gente cominciò a riversarsi in strada e si sentirono i fuochi di artificio.

Il giorno dopo era una marea umana per le calles. Una caravana molto diversa da quelle che erano partite in questi anni di dittatura per gli Stati Uniti, dove le persone spesso si mutilavano, morivano o, giunti nel paese della libertà, venivano arrestate.

Una caravana dignitosa, bella e fiera, dove “il popolo popolo” accendeva le sue torce. Simbolo per anni del dissenso. Una caravana che ricordava la scena finale del film “La Battaglia d’Algeri” di Gillo Pontecorvo, quando il popolo algerino con i suoi canti si era preso l’indipendenza dopo gli anni dell’OAS, delle bombe e delle torture. Dopo gli anni del fango.

di Vasili Nievi

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