Uruguay: privatizzazioni nel segno della famiglia Lacalle Pou

La destra mira a rimpiazzare l’attuale Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual, approvata nel 2014 dalla maggioranza frenteamplista durante il governo di José “Pepe” Mujica, con una nuova legge che favorirà l’oligopolio mediatico.

Si tratta solo del primo passo della ola privatizadora del presidente Luis Lacalle Pou nel segno del padre Luis Alberto, sconfitto nel referendum del 13 dicembre 1992.

di David Lifodi

In Uruguay c’è preoccupazione per le modifiche, peggiorative, della Ley de Medios, che privatizzeranno la comunicazione nell’ambito della Ley de Urgente Consideración fortemente voluta dall’attuale presidente Luis Lacalle Pou, il quale in meno di un anno di governo (è entrato in carica il 1° marzo 2020) ha trascorso più tempo ad appoggiare gli sconsiderati proclami di Guaidó contro il Venezuela bolivariano che ad occuparsi del suo Paese.

Questa mossa del presidente e della maggioranza di governo ha fatto discutere, tanto che Daniel Caggiani, deputato del Movimiento de Participación Popular (MPP) del Frente Amplio ed ex presidente del Parlasur, ha definito la nuova Ley de medios come un ulteriore frutto dell’agenda neoliberale.

La Ley de Urgente Consideración, ha scritto Caggiani su Alainet, ha tagliato i fondi agli investimenti pubblici spingendo a favore delle privatizzazioni di numerose imprese pubbliche e sulla nuova Ley de Medios che rappresenta solo la punta dell’iceberg della ola privatizadora di Lacalle Pou.

In particolare, il progetto di legge obbliga Antel, la principale impresa di telecomunicazioni nel Paese, ad affittare tutte le sue infrastrutture ai privati senza permetterle di esprimere alcuna osservazione in proposito.

Inoltre la nuova Ley de Medios, che mira a cancellare l’attuale Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual, approvata nel 2014 durante il governo di José “Pepe” Mujica, getta le basi per il consolidamento di un vero oligopolio mediatico che si manifesta tramite la possibilità che una persona, o un’impresa, possano ottenere fino al 30% del pacchetto azionario di tutti i mezzi di comunicazione del paese. E ancora, parenti o eventuali prestanome dei titolari di licenze per canali tv o radio potranno esserne a loro volta titolari, in modo tale che poche famiglie siano in grado di controllare l’intero sistema di comunicazione del Paese. In pratica, è lo stesso Stato a promuovere la concentrazione dei media in pochissime mani in ambito televisivo, delle telecomunicazioni e di internet.

A questo proposito, il Centro de Archivos y Acceso a la Información Pública esprime la propria perplessità per il pericoloso passo indietro nell’ambito del pluralismo e della libertà di espressione poiché i padroni dei mezzi di comunicazione saranno avvolti da una compiacente opacità governativa e sarà praticamente impossibile, per eventuali nuovi operatori delle telecomunicazioni, fare il proprio ingresso in un settore dove predominano pochi conglomerati economici che impediranno ai giornalisti di svolgere il proprio lavoro senza condizionamenti.

Eppure tutto ciò rappresenta per l’Uruguay un qualcosa di già visto. Il 13 dicembre 1992 era stato infatti il padre di Luis Lacalle Pou, Luis Alberto Lacalle, presidente del paese dal 1990 al 1995 e anch’esso esponente del Partido Nacional, a promuovere un’ondata di privatizzazioni che avrebbe dovuto ricevere l’imprimatur dei cittadini in un referendum popolare che invece si trasformò per lui in una cocente sconfitta. I voti favorevoli alle privatizzazioni non raggiunsero nemmeno quota 500.000, quelli contrari oltre i 2/3.

Il 13 settembre 1990 Luis Alberto Lacalle aveva presentato al Parlamento il progetto di legge denominato “Ley de modificaciones del régimen de empresas públicas del dominio industrial y comercial del Estado” che, tra le altre cose, progettava la privatizzazione della Compañía de Gas, della Ute (l’impresa statale di elettricità), dei servizi del personale di terra all’aeroporto Carrasco di Montevideo e delle risorse idriche.

Su quel referendum Luis Alberto Lacalle Pou aveva impostato tutto il suo programma presidenziale all’insegna delle parole d’ordine “no al comunismo” e “no al engaño de los que llamaron pirata al inversor extranjero”, ma si scontrò con una grande mobilitazione popolare. Oggi il figlio, Luis Lacalle Pou, cerca di ripercorrere la strada paterna.

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