“Una lotta simultanea nell’estensione stessa di questo emisfero”

Durante gli ultimi mesi dell’anno scorso ho scritto due articoli nei mesi successivi sotto i titoli “L’America Latina sta bruciando” e “Alcune riflessioni sui recenti avvenimenti nella regione” in cui ho osservato che i venti di cambiamento cominciavano a soffiare. Diversi lettori mi hanno scritto con opinioni che vanno da “grazie per avermi trasmesso l’ottimismo” a “è possibile essere ottimisti?

Uno di questi articoli concludeva che la partecipazione popolare che i governi progressisti avevano generato nella regione nei primi quindici anni di questo secolo avrebbe permesso l’emergere di “nuove leadership che porteranno la lotta a livelli più alti fino a raggiungere l’indipendenza e la libertà finale”.

Oggi, a un anno di distanza, vengo a confermare che tale visione era corretta alla luce degli eventi che si sono verificati nel continente in questi giorni. Non si tratta solo di essere ottimisti per il bene della vita, ma anche di osservare i fatti reali sotto la lente d’ingrandimento di un’analisi dialettica che studia gli eventi che negano i precedenti e che producono cambiamenti quantitativi che trasformano la qualità della lotta.

Durante un fine settimana vittorioso che ha avuto l’asse della sua influenza trasformativa nelle elezioni boliviane, i popoli dell’America Latina hanno cominciato a rendere evidente il risveglio dopo il ripristino della notte neoliberale nella regione a partire dal 2015. Come abbiamo detto qualche tempo fa, questa volta non avrebbero dovuto aspettare 25 anni come quelli passati dal rovesciamento del presidente Allende nel 1973 alla vittoria del Comandante Chávez nel 1998.

L’America Latina non si è arresa, le sue élite si sono ciecamente rivolte agli Stati Uniti, un paese in cui le stesse organizzazioni popolari e sociali e i loro intellettuali cominciano a chiedersi se vivono davvero in una democrazia. Lo spirito di lotta a sud del Rio Bravo non si è attenuato, si è solo fermato per svegliarsi, per studiare le nuove condizioni che la destra conservatrice e fascista della regione ha imposto alla politica e da questo per capire che – come è sempre stato – l’organizzazione, la formazione e la mobilitazione sono gli strumenti adeguati per rompere il blocco neofascista che la democrazia rappresentativa non può più sostenere al potere.

Lo scorso fine settimana è iniziato con la moltitudinale celebrazione in Argentina della giornata di lealtà peronista di sabato 17. I limiti inerenti alla pandemia non hanno impedito a questa variegata schiera di cittadini raggruppati sotto le idee del generale Perón di dare una forte dimostrazione di sostegno al governo, che nonostante la sua ambiguità su alcuni temi, sta cercando di recuperare il paese dal disastro quadriennale della destra neoliberale che ha governato tra il 2015 e il 2019.

È impossibile capire l’Argentina al di fuori del Peronismo. Si sa che al suo interno ci sono correnti neoliberali e di destra che differiscono poco dal governo di Macri e che non sono minimamente audaci nel leccare gli stivali dell’impero, ma mi atterrò alle parole di Emilio Pérsico, Segretario generale del Movimento Evita che sabato ha detto che “il Peronismo è rivoluzionario perché ha dato potere a chi non aveva potere e ha incorporato gli operai nella politica”, assicurando che “continua ad essere in vigore tra gli operai e gli umili del Paese”.

Domenica 18 è stata una giornata di festa e di vittoria per la regione. In Cile una moltitudinale manifestazione ha commemorato il primo anniversario dell’inizio della lotta per il recupero della dignità e della patria. Centinaia di migliaia di persone si sono mobilitate per esprimere la loro opposizione alla struttura estrema del neoliberismo in un Paese considerato il modello da seguire perché amministrato da “socialisti” e “cristiani democratici” che hanno dato continuità all’eredità di Pinochet sotto l’occhio vigile delle forze armate e di sicurezza anch’esse modellate dal dittatore.

L’imperituro spirito combattivo del popolo cileno è presente oggi quando, raccogliendo le migliori tradizioni della loro storia, le giovani generazioni sventolano le loro bandiere, mentre da nuove prospettive portano avanti una leadership e un’organizzazione – ancora fragile – ma che è riuscita a costringere il sistema a organizzare un complicato plebiscito, ma che – di fatto – è un nuovo scenario di combattimento che può portare a lotte superiori e decisive. Come sottolineato nelle dimostrazioni. “Il Cile non è più lo stesso”.

Quel giorno in Colombia, la Minga formata da migliaia di indigeni e contadini è entrata a Bogotá, dove è stata accolta calorosamente dai cittadini della capitale. Durante il loro viaggio dal sud del Paese sono stati acclamati nei campi e nelle città da donne e uomini che si sono identificati con la decisione dei marciatori di voler parlare con il presidente, solo per chiedergli di non ucciderli più.

L’opinione di Alvaro Uribe su questa forma di lotta è presente in un tweet del 6 aprile 2019 quando ha detto: “È preferibile chiudere questa strada per due anni, per migliorare e curare l’alternativa piuttosto che firmare accordi con la minga sostenuta dal terrorismo”. Quando in un Paese che lotta per il diritto alla vita è considerato dalle élite un atto di terrore, ci troviamo di fronte a una situazione che lo scrittore colombiano Santiago Gamboa definisce “una festa dell’odio democratico”.

Tuttavia, il movimento di protesta contro Iván Duque, che governa per conto di Uribe, ha portato ad uno sciopero nazionale oggi, mercoledì 21 ottobre, indetto dal comitato al quale partecipano, tra gli altri, organizzazioni comunitarie, studentesche, sindacali, femminili, dei trasporti e imprenditoriali, con l’obiettivo di “difendere la vita e la democrazia, protestare contro la violenza e chiedere la negoziazione del piano di emergenza nazionale”.

Sempre domenica scorsa, i giudici del Tribunale elettorale contenzioso dell’Ecuador (TCE) hanno respinto il ricorso presentato contro Andrés Arauz e Carlos Rabascall, candidati presidenziali e vicepresidenziali della Repubblica, rispettivamente, dal movimento dell’Unione per la Speranza (UNES) per le elezioni generali del febbraio 2021. Questa sentenza, che non può essere impugnata, permette ad entrambi di partecipare alle elezioni del prossimo anno, superando un nuovo ostacolo antidemocratico tentato dal governo di Lenin Moreno in alleanza con la tradizionale destra del Paese. In un comunicato, il movimento UNES ha detto che una volta eseguita la sentenza, un’azione che è prevista per oggi, mercoledì 21, il Consiglio nazionale elettorale “deve qualificare il binomio della Rivoluzione dei cittadini”, che entrerà in vigore nella corsa elettorale.

Infine, la storica giornata del 18 ottobre si chiuderà nelle prime ore del lunedì mattina con la conferma della schiacciante vittoria elettorale del Movimento al Socialismo – Strumento politico per la sovranità dei popoli (MAS- IPSP) della Bolivia, che non solo ha vinto la presidenza del Paese, ma ha anche ottenuto la maggioranza assoluta che gli darà il controllo di entrambe le case dell’Assemblea legislativa plurinazionale. Più che un’elezione, questo ha significato la sconfitta del colpo di stato messo in scena l’anno scorso dalla destra fascista, con il sostegno del governo degli Stati Uniti e dell’OSA. In questo contesto, la vittoria del MAS rappresenta il fallimento della politica statunitense che ha avvertito il colpo di stato se si considera che il riconoscimento delle nuove autorità elette è stato fatto dal segretario di Stato Mike Pompeo oggi, mercoledì, tre giorni dopo l’evento, mentre l’anno scorso, un felicissimo Donald Trump si è congratulato personalmente e immediatamente si è congratulato con l’autoproclamato presidente de facto imposto in quelle condizioni dopo il colpo di stato.

Non tutto sarebbe finito lì. Lunedì 19, in Costa Rica, si è svolto con successo uno sciopero nazionale contro le politiche neoliberali del governo. L’appello ha messo in luce la necessità di combattere le politiche, i progetti di legge e le misure promosse dal governo del Citizen Action Party di natura neoliberale. Ha anche denunciato che “i deputati e i settori economici stanno cercando di rendere il lavoro più precario e di agire contro la giustizia sociale, eliminando i diritti del lavoro e i diritti sindacali e incidendo negativamente sulla sicurezza sociale nel momento in cui abbiamo più bisogno di rafforzarla”. Olman Chinchilla, presidente del Costa Rica Workers’ Movement Central (CMTC), l’organizzazione che ha chiesto lo sciopero, ha detto che “lo stiamo facendo per il Costa Rica, per il nostro Paese, in difesa delle nostre istituzioni strategiche, per i diritti dei lavoratori e per dire che non vogliamo assolutamente nulla dal Fondo Monetario Internazionale”.

Bolivar ha sottolineato che “La patria sono le Americhe”. A volte la quotidianità dei nostri problemi e la particolarità dei nostri conflitti non ci permettono di vedere che i latinoamericani e i caraibici sono parte di un insieme che lotta e sogna un mondo migliore, ognuno nel suo paese, nelle sue condizioni e nel suo contesto, ma dobbiamo tener presente che, come ci insegna Bolivar nella Lettera dalla Giamaica: “Poiché gli eventi sono stati parziali e alternativi, non dobbiamo diffidare della fortuna. In alcune parti trionfano gli indipendentisti, mentre i tiranni in luoghi diversi ottengono i loro vantaggi, qual è il risultato finale? Il Nuovo Mondo non è mosso e armato per la sua difesa? Diamo un’occhiata e vediamo una lotta simultanea nella stessa distesa di questo emisfero”.

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