Nicaragua, a chiudere con la destra

di Fabrizio Casari.

Il 7 novembre, il Nicaragua tornerà alle urne. Sarebbe insufficiente spiegare l’appuntamento con le urne come fosse solo un’elezione, perché non lo è. Certo, certifica il grado di consonanza politica con il Sandinismo, al potere da 14 anni, ma non è solo una celebrazione del rito fondamentale della democrazia, l’appuntamento ricorrente con la verifica popolare del governo e dei partiti. No, non è un’elezione come le altre. Il prossimo 7 novembre in Nicaragua è una data in cui si certifica molto più di un bilancio, è un voto che acquista un valore contestuale e prospettico: è, senza alcuna enfasi, una data con la storia.

Giovan Battista Vico aveva ragione, la storia è fatta di corsi e ricorsi.  Anche da questa parte dei tropici la storia continua a ripetersi, proponendo ciclicamente l’inconciliabilità tra indipendenza e annessionismo, sottolineando l’insormontabile distanza tra ricette e progetti opposti: tra la guerra alla povertà o la guerra ai poveri, tra la riduzione o l’allargamento del divario sociale, tra l’universalizzazione dei diritti per tutti o l’affermazione dei privilegi di pochi, tra cittadini o consumatori, tra sviluppo orizzontale o arricchimento riservato alle élite.

Questa divisione, chiara e visibile in qualsiasi momento, è stata il cuore pulsante della politica nicaraguense. Più di prima, gli anni successivi alle ultime elezioni sono stati caratterizzati dall’esistenza di due opzioni politiche opposte, non solo diverse, nel paese. Da un lato quella sandinista, prodotto della guerra di liberazione dalla dittatura di Somoza e del processo rivoluzionario degli anni ’80, poi ripreso con maggiore forza nella sua seconda fase di attuazione, iniziata nel 2007. È un modello socio-politico ancorato alla premessa dell’indipendenza e della sovranità nazionale, e che vede nel sistema multipartitico, nell’economia mista e nel modello socialista di distribuzione della ricchezza, il quadro ideologico su cui basarsi. E vede la solidarietà come uno strumento per livellare le disuguaglianze e non come un atto caritatevole estemporaneo.

Dall’altra parte, c’è il liberalismo, che ha nel turbocapitalismo il suo legame socio-culturale, che tiene insieme il latifondo, le gerarchie ecclesiastiche e i golpisti. È una dottrina inestricabilmente legata a una concezione di classe dell’organizzazione sociale e politica dello Stato e della società, alla visione di un paese con un destino coloniale manifesto. Convinti che ogni forma di dignità pubblica sia una minaccia per l’establishment, credono religiosamente in un modello che vede la sua ricetta di sopravvivenza nella struttura di dipendenza economica e politica e nella sottomissione militare e culturale al gigante del Nord. Praticamente una versione endogena della Dottrina Monroe.

Il terrore non é candidato

Polemiche fuorvianti e infondate hanno accompagnato l’indagine della giustizia nicaraguense su un’organizzazione criminale che ricicla denaro e organizza un nuovo tentativo di colpo di stato in risposta all’inevitabile vittoria del FSLN. I proprietari terrieri rimasti e gli improbabili leader improvvisati, che sono stati sandinisti per dieci anni e anti-sandinisti per il resto della loro vita, hanno aggiunto la vergogna alla loro sconfitta personale e politica. Sono stati abbandonati dagli uomini d’affari che, dopo il conflitto armato, si sono resi conto della loro inconsistenza politica e sono stati respinti da tutte le alleanze elettorali, che ne hanno capito la loro natura divisiva e quindi non hanno mai proposto unità o collaborazione, respingendone le ambizioni .

Così i terroristi hanno convenientemente scelto di ritirarsi dalla competizione elettorale. Il magro due per cento attribuitogli sarebbe stato difficile da conciliare con la storia degli “insorti del popolo”. E, inoltre, chiedere alla comunità internazionale di non riconoscere il risultato elettorale presentando solo il due per cento dei consensi, avrebbe trasformato la narrazione dei presunti brogli in un momento di ilarità generale. Quindi i terroristi non saranno tra i candidati e non ci saranno candidati tra i terroristi. Una buona premessa per un voto democratico.

Per la prima volta si torna alle urne dopo il tentato golpe dell’aprile 2018, quando il Nicaragua venne scosso da una violenza feroce e inconcepibile che tenne il paese nel terrore per tre mesi. Furono  mesi di orrore, con l’impresa privata che cercò di divorare il paese e la gerarchia ecclesiastica che fece da spalla ai criminali, guidandoli, proteggendoli e aiutandoli mentre fingeva di mediare nel conflitto. Il bilancio fu tragico: 1800 milioni di dollari di danni all’economia, più di sessanta morti tra le file del FSLN assassinati in imboscate, più di 20 poliziotti uccisi, torture e violenze sessuali, assalti alle case dove vivevano i sandinisti; ambulanze, centri sanitari, case private e sedi istituzionali date alle fiamme in un’esplosione di luddismo drogato.

Un odio mai visto prima nella storia del paese, che pure è pieno di guerre e dolore; un misto di terrore e orrore, di sangue e infamia, di fake news e falsa diplomazia, che è andato avanti fino a quando, avendo esaurito tutte le opzioni di dialogo nazionale – che per i terroristi era diventato solo un trucco per tenere in ostaggio il paese – il presidente, Comandante Daniel Ortega, ordinò il ripristino della calma e dell’ordine nelle strade.

I sandinisti di tutta la vita, prima liberatori e poi difensori del Nicaragua, ripulirono il paese dalla sporcizia dei golpisti. In poche ore, i cuccioli del passato sconfisseo le bestie. La clessidra su cui avevano corso i grani del terrore si rovesciava in poche ore: i vigliacchi, capaci di spaventare e terrorizzare gli inermi,  fuggirono di fronte a uomini armati, addestrati e capaci. Una fuga precipitosa senza onore né dignità verso il Costa Rica. In poche ore, gli urlatori divennero gole profonde; le minacce divennero confessioni.

È stata promulgata un’amnistia, perché come a Esquipulas o Sapoá, i criminali iniziano le guerre, ma solo i forti sanno come terminarle. Daniel Ortega ha optato per la riconciliazione, una via d’uscita necessaria per affrontare un’epidemia di odio indotta dal denaro e dagli interessi altrui. Molti si adeguarono, altri no: in complicità con l’aggressore straniero, continuarono a pianificare complotti golpistici e ad aprire sfide alle istituzioni del paese. Mercenari inutili, continuarono a ricevere fondi stranieri da usare dentro e contro la patria. Continuano a chiedere embarghi, sanzioni, invasioni e bombardamenti contro il loro stesso paese, ma si presentano come progressisti e patrioti in tutto il mondo, nascondendo il fascismo che scorre nelle loro vene e la totale dipendenza dall’impero che li rende ricchi e famosi, trasformando i proprietari terrieri in leader politici.

Questo voto, questa campagna elettorale, doveva necessariamente tener conto del tentativo passato e del progetto futuro di un colpo di stato, aggiornando il codice penale e la legislazione di fronte alla sfida del terrore. La forza della legge assicura oggi che nessuno sia più indifeso, la diffusione del terrore da parte di una piccola minoranza non sarà permessa, tanto meno da un governo che ha l’appoggio della maggioranza.

Due modelli inconciliabili

Lo scontro tra questi due modelli è stato parte della narrazione politica del Nicaragua negli ultimi anni, anche se nessuno, nemmeno i più strenui nemici del sandinismo, nega la gigantesca trasformazione del paese che ha avuto luogo negli ultimi 14 anni: una rivoluzione che ha generato la più profonda ed estesa modernizzazione di un paese nella storia non solo del Nicaragua ma di tutta la regione.

Per la salute e l’educazione, che ora sono pubbliche, gratuite e di ottimo livello. Per l’efficiente rete elettrica che copre tutto il paese. Per strade, case, trasporti al costo più basso della regione. Per la capacità di generare occupazione e migliorare le condizioni di vita. Per equilibrare il divario di genere nei ruoli pubblici e nel potere. Avvicinare l’Atlantico e il Pacifico con strade. Per la sicurezza nelle strade, il risultato di un modello di sicurezza comunitaria senza eguali nel mondo, che fa della polizia un corpo unico con la comunità a cui appartiene e a cui delega il bisogno di sicurezza e pace, leve fondamentali della qualità della vita.

I dati indicano che il Nicaragua ha il più basso tasso di criminalità in percentuale della popolazione. Questa è la sostanza di un’idea di società costruita su un modello comunitario, risposta senza mezzi termini al modello liberale ed egocentrico che ignora i diritti sociali e che ha l’individuo come unica forza motrice, la sua capacità di dominare gli altri, in conformità con il modello egoista, orientato al profitto e ai privilegi, su cui si fonda il capitalismo. Ebbene la trasformazione del Nicaragua è avvenuta prima di tutto nella mentalità dei nicaraguensi, che ora vedono orizzonti impensabili 14 anni fa, opportunità mai viste, diritti mai conosciuti.

Il Fronte Sandinista presenta per la seconda volta la formula vincente del 2016: il Comandante Daniel Ortega Saavedra come Presidente e Rosario Murillo Zambrana come Vicepresidente. Una formula collaudata che ha condotto molto bene il paese in anni difficili, con eventi al momento della vittoria del 2016 impossibili da prevedere.

La destra del paese che concorre al voto è la destra legale, cioè quella che non è un complottista, anche solo per calcolo di probabilità. Tra il governo e l’opposizione ci sono sei partiti che presentano un candidato, ma i sondaggi degli ultimi mesi parlano chiaro. Il divario tra l’opposizione e il governo è davvero ampio. Il dubbio non é su “chi” vincerà, ma con quale margine.

Dire questo può sembrare una valutazione azzardata o, peggio, un compiacimento, ma non lo è. Il margine con cui il FSLN deve vincere è importante, perché è necessario un risultato clamoroso, che metta a tacere ogni polemica, così come ogni accusa di frode che tenti di limitare il riconoscimento internazionale all’ennesima affermazione del Sandinismo.

Il 7 novembre sarà un giorno di elezioni democratiche, libere e trasparenti. L’osservazione elettorale sarà responsabilità di ogni cittadino e la consultazione sarà accompagnata da organizzazioni, partiti, movimenti e persone del mondo della politica, della cultura e dell’informazione, sia americani che europei. L’accompagnamento elettorale sarà la prima difesa della legittimità del voto e del suo sviluppo di fronte alle vessazioni internazionali. Non ci saranno OSA, USA e UE, praticamente tre organismi le cui canzoni suonano con lo stesso direttore d’orchestra. Per una volta, invece di essere uno strumento di intervento diretto nel voto da parte dei nemici del Nicaragua, la presenza internazionale sarà un’espressione di amicizia con un paese vergognosamente e inutilmente vilipeso e minacciato dal mainstream al servizio del pensiero unico.

Il Fronte Sandinista uscirà più forte dalle urne. Ecco perché l’impero cerca di minarlo con il terrore e le sanzioni; sa di non poter contare sui suoi cittadini. Ma se il sandinismo non è rimovibile alle urne, lo è ancora meno con la forza.  Al contrario, la forza è il terreno che la favorisce, perché solo chi sa cosa significa amare è capace di mettere in campo la forza necessaria. Incapace di dimenticare, sa combattere e perdonare: ma non tutto, non tutti e non per sempre.

Questo 7 novembre il Nicaragua decide. Il governo di Daniel e Rosario ha governato con saggezza e lungimiranza. Sandinismo sa che governare significa gestire, pianificare, prevedere, organizzare e, soprattutto, immaginare. E coloro che rappresentano un progetto vincente per una nazione sanno che quando le armi tacciono, il suono dei sogni si sente forte e chiaro.

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