Ecuador, tra naufragio e resurrezione

Più di 13 milioni di cittadini devono votare questa domenica in elezioni precedute da saccheggi e manipolazioni.

Se i sondaggi non hanno dato un risultato, quello che i sondaggi ecuadoriani mostreranno oggi con più forza sarà l’incredulità politica seminata dalla gestione di Lenín Moreno. E, forse, la stanchezza dei cittadini.

Non parliamo solo – e, ovviamente, Covid-19 in mezzo – della crisi economica e sociale che il presidente uscente ha approfondito con i 4,5 miliardi di dollari che ha chiesto al FMI, che vengono pagati nel modo classico: in cambio di aggiustamenti prescritti che, come in Argentina, dovranno essere applicati (o invertiti) dal nuovo presidente, oltre ad affrontare la contrazione del nove per cento che il PIL ha subito, e gli altri 3,5 miliardi di dollari che Moreno ha appena chiesto alla Corporazione di Sviluppo Finanziario degli Stati Uniti, per “sostituire il debito estero”.

Né dobbiamo limitarci alla cattiva gestione della pandemia e dei suoi più di 251.000 contagi e circa 15.000 morti.

Forse ciò che pesa di più nella prevista mancanza di entusiasmo per il voto, sono le conseguenze del lavoro demonizzante del mandato di Moreno per demonizzare tutto ciò che era una volta; la rottura di quattro anni in cui ha lottato per invertire la percezione dei fatti che hanno dato stabilità e coraggio all’Ecuador, e cambiare i criteri…

Dall’usurpazione della leadership di Alianza País fino ad oggi, l’abuso dei tribunali per perseguire il Correísmo non solo ha portato molti dei suoi giovani leader in prigione o in esilio. Ci si chiede fino a che punto il discredito seminato da false accuse di corruzione, o su una performance economica ormai bollata come inefficiente, stia pesando sullo scetticismo della gente.

Non si tratta di screditare la Revolución Ciudadana di per sé. Le campagne per screditare e mettere in discussione tutto ciò che è stato fatto in dieci brevi anni devono aver intaccato, in generale, la fiducia di una società che, quando è arrivato il cambiamento, era stufa di ciò che l’ex presidente Rafael Correa chiamava la partitocrazia. Quei malgoverni provocarono la successione di quattro presidenti, uno dei quali deposto da una rivolta popolare, proprio tra il 1997 e il 2003, quando fu eletto Lucio Gutiérrez; ma un’altra rivolta popolare – quella dei “fuorilegge” – lo costrinse a lasciare l’incarico due anni dopo.

Chiunque potrebbe controbattere con il vero argomento che questa domenica ci sono “un sacco” di candidati tra cui scegliere: 16 formule presidenziali sono in corsa. Ma, lungi dall’offrire alternative, tale atomizzazione di presunti leader, molti dei quali con le stesse promesse e privi di programmi credibili, potrebbe alimentare il sentimento di frustrazione invece di neutralizzarlo.

Il progressismo, anch’esso diviso, sta allo stesso modo riducendo la sua forza.

Secondo i principali sondaggi, gli elettori indecisi si trovano in percentuali che vanno da 23 a 37 punti. E questo potrebbe essere tanto o più dei voti previsti, anche per i candidati più quotati.

Poiché il voto è obbligatorio in Ecuador, tale scetticismo non si tradurrà in astensione. Ma si prevede che quando i seggi elettorali chiuderanno, appariranno voti nulli o bianchi.

Due schede

In una prospettiva così fosca, devono competere diversi candidati diversi dallo status quo, tra i quali spicca, nonostante le tante avversità, l’economista Andrés Arauz, un candidato che riprende i postulati della Revolucion Ciudadana dove è stato direttore della Banca Centrale e ministro della Conoscenza e del Talento Umano.

Priva di un movimento politico proprio, dal momento che i correístas non sono mai stati in grado di registrare un nuovo partito dopo che Alianza País è stata usurpata da loro, la candidatura del giovane Arauz accompagnato dal giornalista Carlos Rabascall – sostituto di Correa, al quale è stato impedito di correre per la vicepresidenza in virtù di un processo truccato e una condanna a otto anni – è stata accettata dalla progressista Unione Nazionale della Speranza (UNE).

Questo non è stato l’unico ostacolo superato. Per potersi candidare alle elezioni, la coppia ha dovuto superare tutti i tipi di trucchi giudiziari che hanno cercato di impedire loro di essere registrati sulla scheda elettorale.

C’è anche chi pensa che alcuni di quei ricorsi legali rimangano nascosti, e che torneranno a galla se Arauz vince.

Le percentuali indicano che la sua vittoria avverrebbe al secondo turno… I sondaggi non si sono mossi molto rispetto a un mese fa, e continuano a indicare per Arauz-Rabascall un voto tra il 30 e il 39 per cento, molto vicino al quale si trova, anche se al di sotto, la formula stantia guidata dall’uomo d’affari e banchiere Guillermo Lasso: la destra neoliberale così vicina a Moreno all’inizio del suo mandato. Il suo eventuale trionfo potrebbe significare la fine del giro di vite.

Per esempio, ecco un pulsante. Nei suoi primi giorni di campagna, Lasso ha assicurato che le 400 aziende di proprietà dello Stato dovrebbero essere liquidate, vendute o “rese più efficienti” attraverso contratti con aziende private.

Ma molti sono fiduciosi che non tutto è stato preannunciato, poiché coloro che sono stati in grado di superare la manipolazione dei media potrebbero ancora essere in grado di dare ad Arauz la presidenza questa domenica.

Se nessuno dei due candidati ottiene il 40% dei voti con una differenza del 10% sull’altro, si andrà al ballottaggio.

Il terzo meglio piazzato è un uomo del popolo, l’indigeno Yaku Pérez, che corre per Pachakutik, il partito che un tempo era il braccio politico della potente Confederazione delle Nazionalità Indigene, ma non è considerato avere una possibilità.

Sulla scheda elettorale ci sono anche volti familiari come l’ex presidente Gutiérrez, un traditore del movimento indigeno quando sono andati al potere insieme, o Gustavo Larrea, un politico esperto che è identificato con il centro-sinistra.

Ci sono nuove personalità come Xavier Hervas, di Izquierda Democrática, o la prima donna a candidarsi, Ximena Peña, che corre per la corrente Alianza País, nonostante si definisca “né correista né morenista”.

Tuttavia, nessuno di questi sembra avere una possibilità di vincere. Vedremo cosa dicono i sondaggi: l’Ecuador emerge a galla, o sprofonda di nuovo nel pantano neoliberale.

Fonte: juventud rebelde

Traduzione: patriagrande.it

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