Bolsonaro, il lato oscuro del Brasile

di Fabrizio Casari.

Non è semplice fornire spiegazioni esaurienti alle inquietudini di chi sente raggelarsi il sangue di fronte alla vittoria elettorale di Bolsonaro in Brasile. Nato 63 anni fa a Glicerio, nello stato brasiliano di San Paolo, Bolsonaro è figlio di genitori di origine italiana; giunto al terzo matrimonio, è padre di cinque figli. Siede come deputato al parlamento brasiliano sin dal 1991, dove ha cambiato nove partiti, tutte piccole formazioni fuori dalle grandi alleanze di potere che hanno governato il Paese. Su questa base si è costruito un personaggio di politico lontano dalle élite corrotte, ma è quanto di più assurdo.

Perché Bolsonaro non ha nessuna autonomia di pensiero e azione; è il presidente delle forze armate e delle elites finanziarie brasiliane che hanno puntato su di lui e a queste forze ora dovrà obbedire. Ex capitano dell’esercito (con pessimi risultati), reazionario sansepolcrista, misogino e ignorante, la sua immagine si sposa bene con quella della destra trionfante nel mondo, uniformandosi anche per stile e standing al profilo del capostipite, di colui il quale ha aperto il varco da dove è uscito il caravanserraglio: Donald Trump.

Il Brasile non è un luogo qualunque, ammesso che ne esistano in Sud America. E’ un paese immenso, autentico gigante dell’America Latina, tra le 10-12 economie più importanti del pianeta, detentore e custode della più grande riserva di ossigeno e regno della biodiversità ed ha sul suolo e nel sottosuolo ricchezze immense che solo un odio di classe e un razzismo senza fine consegnano a poche famiglie. Si è sempre caratterizzato per una sua politica estera che, pur calibrata sul contesto latinoamericano – dove esercita una funzione di leadership su tutto il Cono Sur – ha espresso storicamente una grande autonomia nel quadro internazionale.

Dal momento che non si possono assegnare decine di milioni di elettori al fascismo buffonesco e squadrista del neopresidente, c’è da chiedersi perché un paese di tradizioni politiche e diplomatiche così alte, d’improvviso sceglie di consegnare la sua immagine e sostanza ad un presidente nostalgico della dittatura militare, che sparge odio e veleno ma è un analfabeta funzionale, rozzo ed approssimativo,  non in grado di amministrare un Paese.

E’ bene ricordare l’elemento determinante per l’esito della campagna elettorale brasiliana. La vittoria di Bolsonaro è stata ottenuta grazie ad un complotto ordito da militari, elites economiche e governo statunitense che hanno dapprima organizzato il colpo di stato parlamentare che ha deposto la Presidente Djilma Roussef e poi, con l’incriminazione e l’incarcerazione di Lula – che avrebbe sconfitto senza particolare fatica l’ex militare – ha garantito la vittoria di Bolsonaro. Lula, infatti, dispone di un carisma e di una dimensione nazionale ed internazionale che non consente dubbi o incertezze e la sua immagine personale è molto al di sopra di quella del suo stesso partito. Con Lula in campo oggi il Brasile avrebbe ripreso la sua corsa interrotta dal golpe parlamentare e Bolsonaro conterebbe su una quota di consensi importante ma non particolarmente pericolosa.

L’incriminazione e incarcerazione di Lula, la sua privazione dei diritti costituzionali e l’impedimento a presentarsi come candidato, sono stati l’obiettivo del complotto ordito ai danni del PT e del Brasile tutto; conditio sine qua non per la vittoria dell’ex capitano. Lo strumento principale è stato l’inchiesta lava jato.

Diretta da un magistrato addestrato negli Stati Uniti e fedele agli ordini di Washington, non è mai stata un’inchiesta, ma una operazione politico-elettorale destinata a ribaltare i rapporti di forza nel paese. A completarla è poi intervenuto il finto attentato allo stesso Bolsonaro 20 giorni prima del voto. Un emarginato carioca cui era stato costruito un profilo da simpatizzante del PT, ha pugnalato senza far danni il candidato nazistoide, facendo così saltare dalla sua parte buona parte di quel 30% di incerti che avrebbe deciso le sorti del voto.

Nella vittoria di Bolsonaro non c’è la sconfitta di Lula e il PT appare soprattutto come il destinatario di un “voto di castigo” verso una deriva da “partito liquido” che negli ultimi anni lo aveva trasformato in un partito molto più istituzionale che radicato negli strati più bassi della società. Lula ha governato 13 anni ed ha governato bene. Circa 44 milioni di brasiliani sono stati strappati alla povertà estrema e, per la prima volta nella loro storia, hanno conosciuto la possibilità di consumare tre pasti al giorno, di mandare i loro figli a scuola e di avere luce elettrica.

Non c’è stato, insomma, durante il governo Lula, lo spostamento a destra tipico di altri partiti progressisti in Europa o, addirittura, il suo scavalcare ogni perimetro sociale per divenire portatori di interessi del sistema finanziario internazionale. Lula ha difeso la moneta, la politica estera ed interna del Brasile; ha difeso l’Amazzonia riducendo al minimo perforazioni ed appetiti delle multinazionali dell’edilizia; ha tenuto la politica economica saldamente ancorata alla cooperazione latinoamericana ed alla rivitalizzazione del Mercosur e, va ricordato, fu il principale attore del NO all’Alca voluta da Bush, il progetto statunitense di dominio economico e finanziario sull’America latina. Non a caso il consenso popolare è rimasto intatto; il 72% dei brasiliani definiscono molto positivi i suoi mandati e il 59% aveva manifestato l’intenzione di votare per lui qualunque altro fosse stato il candidato alternativo.

E allora perché nonostante il sostegno di Lula al PT ed al suo candidato – Haddad, sindaco di San Paulo – Bolsonaro ha avuto la meglio? Proprio perché oltre Lula, il suo carisma, la sua leadership, il PT non è stato capace di andare e lo stesso governo di Djilma non ha avuto l’impatto sperato. Certo, incide in profondità la congiuntura internazionale, che vede la globalizzazione allargare oltre ogni decenza l’area dell’emarginazione da un lato e la concentrazione di ricchezza dall’altro, generando così la crisi terminale del ceto medio e un clima di incertezza generale che spazza via ogni ipotesi centrista, ritenuta un pannicello caldo di fronte alla crisi economica imperante che ha portato un paese già in difficoltà ad un meno 7% del PIL rispetto all’ultimo anno con Djilma. Del resto, dal 1936, storicamente, la paura della crisi economica produce risposte reazionarie, non certo progressiste.

C’è un’ondata di destra che ha messo fine a più di una decade progressista latinoamericana, sebbene questa abbia prodotto un generale avanzamento delle condizioni delle classi lavoratrici, oltre che la crescita del PIL continentale. Poi, però, nello specifico brasiliano, ci sono limiti impossibili da non riscontrare nella gestione governativa del PT, il primo dei quali riguarda la politica di sicurezza. Il Brasile è il primo paese al mondo per ineguaglianze sociali: ad una percentuale di persone ricchissime che non raggiunge la doppia cifra, si affianca una quota di popolazione povera, spinta ulteriormente dalla globalizzazione ai margini dell’esistenza. Il portato di ciò è l’acutizzarsi della spinta all’affiliazione alla criminalità, vista sia come soluzione ai problemi economici sia come identificazione comunitaria e di protezione nei luoghi dove si vive.

Un siffatto contesto sociale eleva la violenza a elemento regolatore del vivere e il Brasile sopporta 65.000 morti l’anno. Le gang di Rio de Janeiro e San Paulo sono padrone del campo e la stessa presidenza Lula non ha avuto ragione del fenomeno, sebbene abbia frenato gli istinti omicidi delle forze armate, che con la scusa della delinquenza tirano nel mucchio sui poveri per realizzare una sorta di “limpieza social” come chiamano le stragi di meninos de rua. Insomma, in 13 anni il PT non è stato in grado di stabilire con la forza e in punta di giustizia il primato della legalità. C’è stata una parziale inadeguatezza nell’affrontare il fenomeno, pur ammettendo che nessuno ha una ricetta pronta per governarlo.

Ma certo quella dell’estrema destra è ricetta più facile da proporre: supremazia armata e violenza cieca, azzeramento delle libertà individuali e collettive, gestione del paese come fosse in perenne coprifuoco appaiono scelte più consone al motto di Ordine e Progresso scritto sulla bandiera.

La vittoria della destra più reazionaria in Brasile conferma le difficoltà della sinistra latinoamericana iniziate con la sconfitte in Argentina e Cile (anche se, in quest’ultimo, cogliere le differenze tra i due schieramenti è attività da rabdomante). E’ presto però per dare per spacciata l’opzione progressista: in Messico, paese altrettanto importante, la sinistra di Lopez Obrador sta per insediarsi al governo, il Venezuela resiste, la Bolivia conferma l’opzione socialista e il Nicaragua ha schiacciato l’intento golpista, mentre Cuba conferma la sua stabilità politica anche nell’era Trump.

Vedremo ora quali saranno le prime mosse di Bolsonaro, cui le diverse Cancellerie spiegheranno in fretta la differenza tra parole e fatti. Se mantenesse il 40% di quanto ha promesso, il Brasile verrebbe ridotto a un paria dell’impero e il sangue scorrerebbe per tutto il paese.

Che gli Stati Uniti e le elites latinoamericane respirino, dopo la grande paura provata dal 2000 al 2017, è logico. Che sia un respiro lungo e senza affanni è tutto da vedere. La battaglia per un continente sovrano è ancora in corso e, come ogni battaglia, è fatta di avanzamenti, indietreggiamenti, riposizionamenti. Non è detto che il nero del Brasile porti il buio su tutto il continente.

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