Nicaragua, i 16 anni che ci rubarono

di Fabrizio Casari.

A volte si conosce la storia leggendo libri, a volte ascoltandone i racconti, a volte facendo appello ai ricordi. Questa volta, lo strumento usato per ricordare la storia recente del Nicaragua, è un documentario firmato da Marcio Vargas e Carlos Vargas Arana. Una produzione che ricorre la storia tenebrosa dei sedici anni di governi liberali (inizio 1991- fine 2016). Cominciarono quando Violeta Chamorro, candidata degli Stati Uniti e dell’oligarchia nicaraguense ad essi devota, alla testa di una coalizione di 14 partiti, sconfisse il Frente Sandinista alle elezioni del 1990. L’annessionismo tornava a sconfiggere l’indipendentismo: il somozismo senza Somoza si imponeva alla guida del Nicaragua.

Con l’incoronazione della Presidente Chamorro, cominciarono i 16 anni di governi liberali. Sedici anni di miseria, fame, distruzione dei diritti sociali, repressione, brogli elettorali, corruzione e ruberie. Il patto con gli Stati Uniti era scritto a lettere maiuscole: l’oligarchia privava gli USA di un nemico storico (il Sandinismo) e gli USA consentivano all’oligarchia di arricchirsi come mai nella storia. Per le famiglie della borghesia nicaraguense fu una corsa all’oro migliore di quella che ebbero con Somoza, il quale non lasciava che briciole all’appetito degli oligarchi che, per questo, si travestirono da antisomozisti.

A specializzarsi nell’odio in quei sedici anni furono in diversi, ma il peggiore fu Humberto Belli, ministro dell’istruzione che fece rima con distruzione. Membro dell’Opus Dei e fratello della scrittrice Gioconda, relatrice di tutti i suoi amori tranne quello che prova per il denaro e i potenti. Mai, la cosiddetta poetessa, raccontò l’orrore per il consanguineo, mai un rigo per prenderne le distanze. Del resto l’impero non l’esigeva.

Il documentario racconta con un tocco delicato ma deciso quello che significarono i 16 anni dell’orrore. E’ un documentario militante, che offre una lettura sociopolitica di quanto avvenuto in quei sedici anni con i liberali al governo. L’alternanza tra interviste, voci dalla strada, immagini provoca un felice matrimonio tra sguardo udito. Racconta, per chi vuole sapere, la valanga di famiglie divoratrici capaci solo di saccheggiare e mentire.

La famiglia Chamorro aprì le fauci e si prese Presidenza della Repubblica e direzione del governo e, nemmeno il tempo di sedersi, licenziò 20.000 lavoratori dello Stato identificati come sandinisti e diede vita alla vendita di aerolinea, ferrovia e flotta peschiera. Cominciava così il più imponente trasferimento di ricchezza dalle casse pubbliche a quelle private, che vide anche il tentativo di privatizzare l’acqua e i rifiuti  e privatizzò istruzione e sanità per generare un maggior risparmio per lo Stato, che poteva così continuare a versare i suoi attivi nelle casse dell’oligarchia. Era l’inizio del chamorrismo.

Il trasferimento di ricchezza ebbe il suo contesto politico. La vendetta ideologica contro il Sandinismo grondava odio e rabbia. Vennero cancellati monumenti, murales e vie intitolate agli eroi sandinisti, venne chiuso il museo dell’alfabetizzazione, come a evidenziare l’insopportabilità di pelle verso una iniziativa che aveva dato onore al Nicaragua. Perché potendo imparare a leggere e a scrivere, i poveri, gli umili e i senza diritto avrebbero disposto di sapere e, sapendo, non si è più schiavi.

In un efficace uso del bianco e nero che si sovrappone al colore, quasi ad indicare il rilievo di alcuni passaggi drammatici, il documentario indica la sostanza del progetto liberale, che prevedeva di spezzare le gambe al popolo, di azzerarne ogni dimensione identitaria e di classe, ogni lettura della società che non fosse quella feudale. Togliergli il lavoro, le case, i diritti, oltre a permettere una gigantesca appropriazione indebita di proprietà da parte dell’oligarchia, toglieva la dignità e obbligava ad una vita di stenti una popolazione intera. Gli rendeva difficile la militanza politica, le lotte, il sogno del cambiamento, perché prevaleva l’urgenza del sopravvivere, del provare a mettere cibo in tavola e ad avere un tetto sulla testa. Il presente doveva impedire anche solo di immaginare il futuro.

La sfida fu quella di chiudere per sempre con il Sandinismo in Nicaragua ma l’operazione destinata ad azzerare il Frente Sandinista non ebbe seguito. La pattuglia di traditori guidati da Sergio Ramirez e Dora Maria Tellez si era rivelata un fracasso e Daniel Ortega aveva deciso di ricostruire dal basso il Frente Sandinista. Difendere le conquiste della Rivoluzione, appoggiare le istanze sociali e le battaglie per i diritti, furono gli esercizi della nuova palestra sandinista. Municipio per municipio, senza mezzi che non fossero la disponibilità collettiva, Daniel ricostruiva quello che sembrava perso nell’immondezzaio del tradimento e del trasformismo politico.

Il Nicaragua conobbe i brogli elettorali di Aleman e la cosiddetta “osservazione elettorale” statunitense e costaricense che forniva al MRS, che presiedeva il CNE, l’avallo per il furto dei voti. Dopo Aleman arrivò Bolanos, ma non vi furono differenze di sostanza. Il primo rubava immergendosi nelle sue feci in piscina, il secondo usava guanti bianchi, ma il saccheggio non conobbe pause, solo differenze di stile.

Sull’irrompere vorace e servile della classe di arricchiti nelle viscere del Paese il documentario incede senza pietà. L’utilizzo degli insert video si rivela utile a disegnare i contorni e i commenti in studio spezzano il ritmo dando spazio al parlato da affiancare alle immagini.

Furono sedici anni nei quali mancò la decenza della politica e quella degli uomini, la luce e il cibo, dove i pavimenti erano polvere e il dormire senza un tetto chiedeva clemenza alla natura. La Chureca, discarica della capitale, divenne la mensa dei poveri perché la povertà divenne miseria, la tristezza si fece disperazione.

Ma il libro che racconta la vita del Nicaragua non si chiuse con la pagina orribile della disperata miseria, delle morti per malattie curabili, degli indici nutrizionali più bassi della Regione, della mortalità infantile ai livelli più alti e della speranza di vita ridotta al minimo. Il Sandinismo, come un fiume che attraversa le stagioni, seppe ricominciare a scorrere e la sua morte troppo presto annunciata venne sostituita dalla sua la resurrezione. Quel popolo umiliato, affamato e deriso, messo ai margini e dichiarato estraneo al suo stesso Paese, trovò il modo di impugnare una matita come fosse un fucile, riportando nel Novembre del 2006 le cose nel loro ordine naturale. Daniel trionfò e l’oligarchia dovette lasciare il campo. L’orrore era finito. Il Nicaragua tornava ad essere dei nicaraguensi.

Chi non conosce il Nicaragua, per non esserci stato o per non essersene mai occupato, così come chi lo conosce solo attraverso le lenti deformate, le parole mistificate e i fatti manipolati della stampa occidentale, potrebbe – anzi dovrebbe – vedere una e più volte questo documentario. Oggi, che il Nicaragua vive la stagione migliore di tutta la sua storia, vedere cosa ha attraversato rende edotti su quanto è stato fatto in questi 15 anni di Sandinismo. Per questo va visto, per l’emozione che trasmette e la verità che racconta. E sconfiggere la menzogna conoscendo la verità è il primo passo per respirare giustizia.

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