L’internazionale di Trump

di Fabrizio Casari.

La politica estera dell’amministrazione Trump è stato uno dei terreni dove lo scontro ideologico ha avuto maggiori riverberi. Vuoi per la ovvia propagazione su scala planetaria che per l’aggressività mostrata, la politica internazionale del tycoon ha spesso messo in evidenza la dimensione ideologica, che spesso ha prevalso sulla concretezza degli obbiettivi. Ma se minaccia nucleare, la destabilizzazione internazionale, il riaccendersi di conflitti in Medio Oriente e Asia minore, le reiterate minacce alla Cina ed alla Corea del Nord e il rilancio della stagione dei golpe in America Latina, hanno marcato i primi 4 anni di Donald Trump, c’è però da sottolineare che Donald Trump non ha iniziato nessuna nuova guerra, si è limitato a stanziare risorse per continuare a combattere quelle che aveva trovato, in alcuni casi riducendo di molto il contributo statunitense. Ma andiamo a vedere cosa è stato delle promesse più rilevanti del programma elettorale in ordine alla politica estera di questo primo mandato di Trump.

Il ritiro dei negoziati sul clima è stato sia il frutto di una ignoranza globale negazionista sugli effetti dei cambi climatici che la fiche con la quale ha pagato il debito verso le società estrattive statunitensi che avevano generosamente sostenuto la sua campagna elettorale.

La riduzione dei militari statunitensi. E’ rimasta uno slogan elettorale. La crescita esponenziale del bilancio della difesa e l’allargamento ulteriore verso Est in Europa hanno sonoramente affossato la promessa. Gli USA combattono ancora in Siria per tentare di rimuovere Assad e sono aumentati i militari di stanza nelle diverse aree.

Medio Oriente. La cifra ideologica della politica estera di Trump poté misurarsi sin dal suo esordio, quando venne deciso lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan. La volontà di sostenere l’ultradestra religiosa israeliana ed il Likud di Netanyahu e di staccare la spina al processo di pace israelo-palestinese non è sfuggita a nessuno. La prima iniziativa è in palese contraddizione con una storia millenaria e con la neutralità religiosa di Gerusalemme internazionalmente riconosciuta; quanto al Golan, certificare un atto di pirateria internazionale perpetrato da Tel Aviv è in aperto contrasto con decine di risoluzioni Onu.

Il ritiro dalla Commissione Onu sui diritti umani a Ginevra. E’ stata la prima iniziativa concreta a supporto di uno dei pilastri della nuova dottrina di politica estera statunitense: ridurre il ruolo degli organismi multilaterali per rafforzare le negoziazioni bilaterali. L’intenzione USA è ovvia: i tentativi falliti di guidare politicamente gli organismi multilaterali si sommano al rifiuto, in alcuni casi, del loro stesso riconoscimento (ad esempio il TPI). Dove Washington non riesce ad esercitare il pieno comando, non riconosce l’esistenza dell’organismo e, soprattutto, non si sottomette alle sue deliberazioni. Soprattutto gli USA ritengono che nella governance mondiale – che per loro si traduce in difesa dei loro interessi a spese del resto del pianeta – non vi sia rispondenza tra ruolo e peso specifico.

Per quanto sia politicamente e filosoficamente inaccettabile, si deve riconoscere che è così: in un organismo multilaterale gli USA sono solo un voto e a volte irrilevante (vedi la peggiore delle violazioni dei diritti umani, il blocco contro Cuba) ai fini delle deliberazioni dell’ONU. Nella migliore delle ipotesi possono bocciare risoluzioni in sede di Consiglio di Sicurezza  ma non influenzare le deliberazioni dell’Assemblea Generale. In quelli bilaterali, invece, esercitano un peso enorme nei confronti degli paesi, soprattutto se già penetrati politicamente come nel caso dell’Unione Europea.

Il ritiro dei soldati statunitensi dagli scenari di guerra. E’ rimasta propaganda, così come la minaccia di ridurre la presenza statunitense in Europa e l’apporto americano alla Nato. Al Pentagono gli hanno spiegato come il trand statunitense di accerchiamento alla Russia e alla Cina ha bisogno di più soldati in Europa e in Asia; che la Nato è lo strumento unico per l’allargamento ad Est della presenza militare USA e che la stessa Nato continua ad essere fondamentalmente l’estensione della politica statunitense sostenuta con soldati e denaro degli altri 25 Paesi che la compongono. D’altra parte l’industria bellica statunitense, che ha nella produzione di armi il core business del complesso militar-industriale che rappresenta parte decisiva dei poteri forti statunitensi, vive anche con il contributo che i membri del Patto Atlantico forniscono attraverso l’ammodernamento annuale dei sistemi di arma, tutti rigorosamente made in USA.

L’accordo nucleare con l’Iran. Decisione presa sotto dettatura del governo israeliano, che con quello saudita forma il controllo remoto della Casa Bianca nell’area compresa tra Gibilterra, i Dardanelli e lo stretto di Hormutz. Disconoscere l’accordo raggiunto con l’Iran serve a peggiorare la situazione interna a Teheran danneggiandola con le sanzioni che impediscono la commercializzazione del petrolio. Così aiuta gli alleati di Ryad e Tel Aviv: i primi mantengono il livello di produzione e i prezzi a loro favorevoli, i secondi approfittano del rallentamento dell’economia e del conseguente ridotto ammodernamento militare iraniano, con ripercussioni anche su Siria, Libano e Gaza.

L’abbandono dell’OMS. Deciso nel bel mezzo di una pandemia ha a che vedere con il rifiuto ideologico di accettare i protocolli internazionali sul contrasto del Covid 19. Trump vede nell’espansione della pandemia il rischio evidente di un giudizio implicito sul sistema sanitario statunitense che lui ha volutamente privato anche delle scarse risorse che Obama aveva destinato.

America Latina. Il muro con il Messico Trump se lo è dovuto rimangiare. In quattro anni non è riuscito ad edificarne nemmeno quanto ne edificarono Clinton e Obama. E’ divenuto però un simbolo della cattiveria umana del magnate, che ha disposto (primo nella storia dopo Goebbels) la separazione tra bambini e madri mettendo i primi dentro gabbie. Un comportamento atroce che ha mostrato al mondo fino a dove può arrivare l’odio di uno xenofobo ignorante e volgare ma che non ha raggiunto comunque i risultati sperati. L’immigrazione clandestina prosegue e l’unica certezza è che i latinos residenti non dimenticheranno quelle immagini orrende al momento di votare. La guerra ideologica dichiarata da Trump contro il socialismo nel continente, ha fatto rispolverare il golpismo antico e l’ha messo ton sur ton con la sua versione moderna, meglio conosciuta come Golpe Soave, strategia coniata dall’ex agente CIA Gene Sharp e con il Lawfare, ovvero le congiure dei magistrati legati agli USA che in ogni paese spiccano mandati di cattura verso le figure più importanti della sinistra. Le inchieste si reggono sulla base di teoremi giudiziari inventati ma lo scopo è solo impedire la candidatura alle elezioni dei leader della sinistra come Lula, Correa, Glass o Cristina Kirschner. Come già del resto fece Obama con l’Honduras, in Bolivia Trump ha scelto la strada del golpe militare, mentre la versione parlamentare è stata adottata in Brasile e Paraguay. In Nicaragua e Venezuela ha tentato colpi di stato e putch militari, ma si è ritirato con severe perdite. Si è quindi dedicato a rafforzare il blocco contro Cuba, asfissiare il Venezuela e sanzionare il Nicaragua, a minacciare il Messico e a ricattare la nuova Argentina attraverso il FMI e a cercare di mettere sotto tutela il nuovo governo boliviano con la minaccia di un nuovo golpe. Per dare senso all’aggressione ha imposto un proprio esponente ultrafascistoide alla guida del BID (Banco Interamericano di Sviluppo) rompendo la tradizione decennale che lo voleva latinoamericano, affinché possa trasformare le sanzioni unilaterali statunitensi in castighi finanziari multilaterali a livello continentale.

Guerra fredda ideologica con la Cina. Pechino non è minimamente impressionata dai dazi e dalle sanzioni, pur ovviamente non essendone contenta dato che accompagnano una fase di contrazione della sua crescita. Ma è bastata la minaccia cinese di bloccare l’acquisizione Usa dei materiali delle terre rare per far tornare indietro ogni tracotanza. La partita tra i due giganti è strategica e la stessa Amministrazione Obama aveva già chiaramente indicato l’abbandono del dialogo privilegiato con la Cina, ormai insidia pesante al primato del controllo economico e commerciale internazionale nei confronti degli USA che invece denunciano, ogni anno di più, il loro progressivo declino finanziario. Anche per questo attraverso minacce e pressioni estende agli alleati l’applicazione di sanzioni e ricatti commerciali destinati ad avversari ed anche a paesi amici. Ma i risultati ottenuti sono poca cosa confronto ai proclami lanciati. Nonostante le sanzioni a 75 paesi, il declino economico statunitense non si ferma.

L’abbandono dei trattati con la Russia (INF) sui missili balistici a corto e medio raggio. La Casa Bianca, sulla scorta del patto di cooperazione militare tra Pechino e Mosca, ha stabilito che il conteggio balistico e dell’apparato bellico complessivo debba essere fatto con i due giganti euroasiatici insieme. Ma sarebbe come se Mosca imponesse di conteggiare la Force de Frappe francese e gli arsenali nucleari britannici, che sono ben più vincolati agli USA di quanto Cina e Russia non lo siano reciprocamente. Del resto nel 1983, quando nella trattativa tra Pershing e Cruise da una parte ed SS-19 ed SS-20 dall’altra, l’ex Urss chiese di conteggiare la Francia nel numero delle testate nucleari in Europa, gli USA dissero che i due paesi erano distinti. La disdetta del INF da parte statunitense è arrivata a seguito del rifiuto cinese di farsi coinvolgere nella questio riguardante Mosca e Washington. La mossa appare soprattutto destinata ad incontrare un terreno d’intesa con il partito democratico, decisamente belligerante con Mosca, intollerante con Putin che ha recuperato alla Russia un ruolo internazionale di primo piano economico e militare che a Washington vedono come minaccia strategica alla loro posizione di comando unipolare. Nelle considerazioni svolte alla Casa Bianca trovano spazio sia il recente sorpasso russo sulla supremazia aeronautica e missilistica, sia il fatto che i missili a corto e medio raggio rappresentano una minaccia balistica per la sola Europa. Si guardano bene, infatti, dal procedere a disdette sui trattati Start per i missili a lungo raggio (Start, in scadenza nel 2020), che invece sono in grado di esercitare sugli USA la stessa minaccia che gli USA propongono. E l’equilibrio militare si sposta.

La Corea del Nord. Insulti, minacce e promesse si sono bilanciati nel rapporto tra Trump e Kim. Ma Kim è riuscito ad armarsi quanto basta per non far dormire sereni né Corea del Sud, né Giappone e, forse, nemmeno gli Stati Uniti. Pyong Yang dispone di una forza militare di tutto rispetto e di una temibilissima potenza di fuoco; il che ne fa un interlocutore complicato, tutt’altro che una barzelletta e tanto Seul come Tokyo chiedono agli Usa moderazione. In questo senso la spinta aver modificato la Costituzione giapponese per permettere al Sol Levante di riarmarsi, oltre la funzione deterrente non serve ad altro che a trovare un ulteriore cliente per l’industria militare USA. Sul fronte opposto, l’appoggio cinese, interessato da sempre alla presenza di uno stato-cuscinetto alle sue frontiere, garantisce che la Corea del Nord abbia le scorte alimentari ed energetiche sufficienti e, nello stesso tempo, si candidi al ruolo di potenza regionale che chiede agli Usa una interlocuzione privilegiata e senza mediazioni. Dopo aver inizialmente irriso Kim, Trump, sulla scorta dei rapporti del Pentagono, ha capito che è meglio ascoltare la voce del dialogo.

Quelle appena esposte sono ricette politiche facilmente rivedibili, in parte o completamente, da una eventuale amministrazione Biden. Quello che Trump ha ottenuto è poca cosa in termini di espansione dell’influenza statunitense, mentre ha certamente accelerato il processo che Pechino e Mosca hanno attivato sia con l’alleanza militare che con la decisione di pagare con Rubli e Yuan gli scambi commerciali bilaterali ed allargare a paesi terzi e l’intesa politica nell’apertura di una nuova banca mondiale che non sarà sottoposta alle arbitrarietà statunitensi. Che, attraverso il controllo dei circuiti bancari internazionali, dispone a piacimento della libertà di commercio dell’intero pianeta, per giunta guadagnando royalties indecenti quanto illegittime su ogni transazione.

La ricetta che Biden offre in politica estera può apparire diversa nei toni, ma non nella sostanza. Fa forse eccezione lo scenario latinoamericano, dove l’uscita di scena del circuito terroristico-mafioso di Miami, rappresentato dal senatore Marco Rubio e da Elliot Abrams, e dai nazi-evangelici Mike Pompeo e Mike Pence, potrebbe aprire un pertugio ai processi politici negoziali nel continente e portare – tra le altre cose – alla fine di Bolsonaro.

E’ dunque lecito sperare nella sconfitta di Trump. Ma riporre le speranze in Biden, che si presenta con tutti i crismi di una versione conservatrice e affatto liberal, sarebbe una grave ingenuità. Biden è un vecchio e corrotto arnese dell’establishment statunitense e far uscire Trump dallo Studio Ovale rappresenterebbe il suo unico merito. Saranno poi militari, Intelligence e corporation a decidere la linea. I processi di destabilizzazione internazionale per avvantaggiarsi commercialmente e militarmente proseguiranno. Del resto, fuori da Hollywood, il sogno americano è sempre stato un incubo per tutti gli altri.

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