Il limbo dell’opposizione

A nove mesi dalle elezioni, non sembra esserci alcun segno di gestazione dell’opposizione. I giorni passano veloci, riproponendo costantemente i messaggi trasversali scambiati dai vari componenti, quasi sempre caratterizzati da minacce, neanche troppo velate, che fanno da complemento alle ipotesi più sfrenate. Tutte le opzioni sono sul tavolo, ha detto l’ex presidente Trump, idolo e dolore allo stesso tempo dei congiurati, perché li ha finanziati ma non si fidava di loro. E infatti le opzioni ci sono, anche se prive di idee.

I problemi che affrontano sono diversi e nessuno di essi dovrebbe essere sottovalutato. L’identità culturale che li definisce, la dimensione unitaria che li rende utili agli occhi dell’elettore antisandinista, la formazione di una coalizione che interpreti il loro ruolo, un programma che rappresenti il loro progetto, per non parlare di un gruppo dirigente che lo guidi e un leader che lo ispiri. Sono elementi così indispensabili in un concorso politico che sono totalmente assenti nel quadro attuale dell’opposizione nicaraguense.

Identità culturale. Non c’è nessuno: liberali, conservatori, ex tutto e niente, gerarchie ecclesiastiche e proprietari terrieri, traditori e mercenari. È difficile trovare un terreno ideologico comune che non sia l’odio per il sandinismo, gli umili e l’indipendenza della nazione nicaraguense. Ma la somma di tanta miseria non produce ricchezza, ma esalta semmai lo spettacolo doloroso delle divergenze interne.

La dimensione unitaria. Non è possibile unirsi solo “contro” qualcosa o qualcuno, è necessario anche un “pro”; ma questo sembra impraticabile a causa dell’eterogeneità culturale così come degli appetiti di denaro, l’unico tratto veramente comune. Gli sforzi degli Stati Uniti per costringerli a unirsi rimangono insufficienti. Forse solo la minaccia di tagliare i fondi potrebbe, se non fosse anche controproducente per gli USA non avere più la sua quinta colonna in Nicaragua. Il gioco, quindi, è cercare di gestirli senza rischiare di perderli. Un’operazione delicata e dubbia.

Una coalizione per interpretarlo. Per il momento, l’unica coalizione è quella del “tutti contro tutti”. C’è una doppia ipoteca: quella della famiglia Chamorro, che cerca di dominare la scena politica per riappropriarsi della ricchezza del paese, e quella dei traditori del MRS, che sono l’ala militare dell’opposizione per aver guidato il tentativo di colpo di stato del 2018, e si danno la leadership politica, anche se nessuno la riconosce. Quindi più che di coalizione si deve parlare di competenza; in particolare quella di accreditarsi presso gli USA e l’UE. Perché è da lì che vengono i soldi, è la destinazione finale di tutto.

Questo è il problema maggiore, data l’estrema difficoltà di elaborare un programma alternativo a quello del Sandinismo. Nel frattempo, la memoria viva di 16 anni di privatizzazioni e svendite di beni pubblici gli impedisce di presentarsi come portatore dell’interesse nazionale, poiché le famiglie oligarchiche che si sono impadronite delle entrate pubbliche per 16 anni sono le stesse che ora si candidano alle elezioni con coltello e forchetta nel gioco di società.

Allora come  convincere l’elettorato che c’è un progetto migliore di quello sandinista per aumentare il benessere e ridurre la povertà? Dato che il governo del Comandante Ortega destina più della metà del PIL al welfare, cosa proporrebbero? L’annullamento delle politiche sociali sandiniste? La fine del “Plan Techo” o “Zero Usura”? Finanziamenti e aiuti all’economia familiare? Mense scolastiche gratuite o istruzione e assistenza sanitaria? Il trasporto pubblico più economico dell’emisfero centroamericano? Vogliono proporre di non costruire più strade, scuole, ospedali e abitazioni? Di riprivatizzare l’energia? Di cancellare i due aumenti salariali annuali? Di godere delle pensioni a 70 anni con 40 anni di contributi? Di bloccare il processo di modernizzazione del paese? Sembra un’impresa ardua, vero?

Questo sarebbe il loro vero programma, ma non possono annunciarlo se non vogliono estinguersi definitivamente. Quindi cosa annunceranno agli elettori? Non è un problema semplice. Diranno che il Sandinismo è in conflitto con i diversi attori della società nicaraguense? Non possono, perché è noto che, dal 10 gennaio 2007 fino all’aprile 2018, il modello si è basato proprio sul rapporto di collaborazione tra il governo e le forze sociali; un dialogo permanente interrotto dalla trasformazione dell’opposizione in un’entità sovversiva. Fu il tentativo di colpo di stato orchestrato da vescovi, proprietari terrieri e traditori a cambiare il panorama.

Un gruppo dirigente che lo guidi. Chiamarsi leader politici dell’opposizione è un buon raccolto di personaggi che, di regola, non guidano nemmeno le loro stesse famiglie. Il fatto che interrompe ogni fantasia si chiama personalità giuridica, che è l’unica che dà ad alcuni partiti il titolo e le possibilità concrete di candidarsi secondo le leggi. Ma in assenza di una coalizione non può esserci la presenza di una leadership di coalizione, difficile guidare qualcosa che non esiste. Restano quindi nell’aria i leader dei vari partiti e gruppi autoreferenziali, le figure meno credibili dell’intera scena politica nazionale, accumulatori seriali di figure indecenti, collezionisti di minacce vuote, selezionatori dell’inesistente.

A proposito di leader autoproclamati, la notizia è che la MRS ha cambiato nome (come avevamo già previsto mesi fa), a causa del rischio di rimanere senza soldi. Si chiameranno Unamos per non rischiare di perdere denaro statunitense che non sarebbe mai stato diretto a una formazione che avesse l’aggettivo Sandinista nelle sue iniziali, compreso il logo con il risvolto del cappello di Sandino. Quest’ultimo sarà sostituito dal numero IBAN, immaginiamo.

Traditori per il FSLN e insopportabili per l’opposizione, hanno il record di essere il partito più disprezzato del paese. L’Unione Democratica di Rinnovamento è una specie di pseudonimo. Un acronimo che non significa nulla e non indica alcuna identità politica, che non si adatta alla logica del marketing. In ogni caso, è una sigla quanto meno presuntuosa, visto che non uniscono nessuno, non sono democratici, perché rappresentano gli interessi oligarchici delle famiglie che li guidano (i Cuadra, i Chamorro, i Belli, i Cardenal, ecc.) e non sono rinnovatori, visto che rimangono in ginocchio davanti agli Stati Uniti, con i quali hanno scambiato forti insulti in passato in cambio di notevoli somme di denaro nel presente. Il denaro, solo il denaro li muove. Inoltre, se Giuda non avesse intascato 30 denari per tradimento, chi lo avrebbe nominato tra gli altri apostoli?
Una pessima reputazione
In Nicaragua l’opposizione è agli inizi in termini di prospettive, ma ha già una pessima immagine alle spalle. Non si tratta di un atteggiamento preconcetto dei critici del neoliberalismo, ma di convinzioni formatesi nel corso di decenni, che hanno visto la destra nicaraguense prima innamorata di Somoza, poi sostenitrice della controrivoluzione, poi protagonista del grande saccheggio della nazione durato sedici anni e, infine, organizzatrice del tentativo di golpe.

Per contestualizzare la storia della destra nicaraguense, bisogna dire che è sempre stata subordinata all’impero. Mai nella storia ha brillato di luce propria, né per generare teorie politiche, né identità culturali, né modelli di organizzazione sociale. È sempre stato volgare e ignorante, privo di grandezza e pieno di orrore.

Appartiene alla destra latinoamericana che vede i diversi paesi latinoamericani immersi in un sistema generale di dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. La dipendenza dal Washington Consensus offre la garanzia di stabilità per un modello di regimi feudali basati sul latifondo che dà luogo a un bipolarismo generale tra la classe dominante e la popolazione dominata, un modello di società divisa tra feudatari e plebei.

Quanto all’impulso irrefrenabile di tradire, non è solo caratteristico di una casta codarda. C’è uno scenario ideologico che indica come un territorio limitato e le sue risorse possano trovare soddisfazione solo se posto sotto le ali dello zio Sam. Quindi, non in un’espansione dello scambio Sud-Sud ma nella resa delle proprie risorse al Nord. Che, sì, forse depreda tutto quello che può depredare, ma libera il latifondo locale da ogni preoccupazione per l’organizzazione del modello politico e socio-economico che gli permette di prosperare: infatti ci penseranno gli Stati Uniti, padroni di tutto, prima di tutto di chi si sente padrone del paese.

La nuova amministrazione americana riprenderà da dove Trump ha lasciato, cioè lavorando duramente nella speranza di vedere l’opposizione unificata. Nel frattempo, però, in attesa di vedere quanto credito riceveranno dalla nuova amministrazione Biden, la corsa ai finanziamenti esteri è diventata una corsa a ostacoli, dato che le leggi recentemente approvate dal parlamento nicaraguense rappresentano un problema oggettivo e delicato su cui misurarsi.

C’è chi sostiene che l’intensificazione del controllo sui movimenti illeciti di capitali è una possibilità, certo, ma sarebbe davvero sconveniente per chi decidesse di praticarla; le leggi di difesa della sovranità nazionale sono infatti associate a forme di sorveglianza più ampie ed efficaci e, visti i rapporti di forza nel paese, nessuno può nutrire dubbi sull’esito di un confronto che deve scegliere il terreno delle armi. Il sandinismo è una pillola amara da ingoiare per la destra. Saprà mantenere tutto il paese libero da colpi di stato e garantire la pace e la stabilità interna per permettere al processo democratico di esprimersi. Sarà peggio per coloro che cercheranno di impedirlo o sabotarlo, l’amnistia è un treno che capita una volta nella vita e in Nicaragua è già successo.

La vittoria sandinista sembra inevitabile come il passare delle stagioni: le incertezze riguardano solo le percentuali, anche se la maggioranza assoluta è certa. Un destino segnato per un’elezione che si misurerà in un clima di tensione politica determinato da interferenze straniere. Il voto avrà luogo, infatti, con il Sandinismo da una parte che rappresenta il buon governo di questi 14 anni contro il neoliberismo, l’eredità marcia di sedici anni di miseria. Non solo si misureranno due programmi e due identità diverse, ma le elezioni appaiono anche come una verifica storica tra due opzioni opposte: una nata e cresciuta sotto la bandiera dell’indipendenza e della sovranità nazionale e che è diventata modernizzazione e sviluppo; l’altra che ha nel suo curriculum povertà, lacrime, sangue e tradimenti.

Il FSLN vincerà perché ha già nella sua storia di guerriglia il seme della costruzione del nuovo Nicaragua. L’opposizione perderà perché non ha la maggioranza della popolazione, perché i suoi interessi di casta prevalgono sull’interesse nazionale, perché non ha un passato di cui essere fiera, nessun destino da condividere con quello del paese. Proprio per questo, avendo un passato drammatico e un presente indegno, non gli sarà dato alcun futuro.

Fonte

Traduzione: patriagrande.it

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