CELAC: un passo avanti verso il rilancio dell’integrazione latinoamericana

di Fabio Marcelli.

Il recente Vertice dei Capi di Stato e di governo della CELAC, principale organizzazione regionale dell’area latinoamericana e caraibica, si è svolto con successo a Città del Messico il 18 settembre 2021. Per nulla turbati dall’assenza dell’aspirante golpista brasiliano Bolsonaro, presidenti, primi ministri e ministri degli Esteri di quasi tutti i Paesi dell’area hanno discusso a fondo le tematiche politiche ed economiche del momento. I principali protagonisti dello storico incontro sono stati il presidente messicano Lopez Obrador, che lo ospitava, e quello venezolano Maduro. Proprio nella capitale messicana si erano svolti i negoziati tra governo bolivariano e opposizione che hanno registrato taluni significativi avanzamenti verso la riconciliazione nazionale basata sulla comune partecipazione ai prossimi appuntamenti elettorali a partire da quello delle elezioni locali di novembre.

Come altre regioni del pianeta l’America Latina è oggi vittima di fenomeni globali determinati dalla crescita senza limiti, senza vincoli e senza regole imposta dagli interessi del capitalismo selvaggio e della finanza internazionale, preoccupata sempre e comunque di ottenere lauti profitti a breve termine, infischiandosene in modo sempre più sfacciato del destino delle persone e dell’ambiente, assoggettati, le une come l’altro, a sfruttamento di intensità e nocività crescente.

E’ in tale contesto mondiale inquietante che i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi hanno deciso di rilanciare il proprio progetto di integrazione, sulla base dell’assunto che una risposta efficace alle problematiche evocate, dalle pandemie al riscaldamento globale, può essere data solo unendo le forze a livello continentale, dando seguito alla grande intuizione di Fidel Castro e di Hugo Chavez, che decisero, quasi vent’anni or sono di procedere alacremente e in modo deciso verso la costruzione di una vera e propria integrazione latinoamericana.

Questo processo, che aveva come tappe successive la fondazione dell’ALBA tra un più ristretto nucleo di Paesi e il lancio, a livello regionale, prima di UNASUR e poi di CELAC, che aveva avuto come motori principali i governi socialisti di Cuba, Venezuela, Nicaragua e Bolivia, aveva subito indubbiamente un rallentamento a partire dalle elezioni venezolane e argentine del 2015, e poi coll’elezione di Bolsonaro a presidente brasiliano, agevolata dalla ben nota montatura giudiziaria contro Lula e il colpo di Stato in Bolivia.

La ripresa del potere da parte del popolo boliviano che ha cacciato e imprigionato i golpisti, ha segnato l’inizio di una nuova fase del risveglio dei popoli latinoamericani. Approfittando della pandemia COVID, l’imperialismo statunitense ha tentato nel luglio scorso, di dar vita a una campagna di destabilizzazione nei confronti di Cuba, ma tale impresa, pur finanziata con ingenti stanziamenti in dollari, si è ben presto rivelata di impossibile realizzazione, data la reazione compatta del popolo cubano, che ha ricevuto un appoggio solidale molto forte da parte di altri Paesi latinoamericani, come il Nicaragua.

Nel frattempo, come accennato, settori importanti dell’opposizione decidevano di rientrare nel gioco democratico venezolano, segnando la sconfitta definitiva dell’ipotesi golpista di Guaidò, che si era ridicolmente autoproclamato presidente in mezzo all’ilarità generale nei primi mesi del 2019.

Ancora non si capisce se il passaggio delle consegne da Trump a Biden comporterà dei mutamenti sostanziali nella politica statunitense, ma il tentativo effettuato contro il popolo e il legittimo governo cubano, fa temere che non si tratterà comunque di mutamenti sostanziali. La catastrofica sconfitta subita in Afghanistan sembrerebbe per il momento non aver insegnato nulla al governo di Washington ma forse è troppo presto per dirlo.

Data anche l’accelerazione della comunità internazionale verso una situazione di maggiore e più conclamato multipolarismo, determinata dall’esito fallimentare della spedizione afghana e da altri fattori, occorrerà imprimere un nuovo slancio all’integrazione latinoamericana, riprendendo un disegno fatto proprio in tempi recenti da leader come Fidel e Chavez, ma le cui radici risalgono a Simon Bolivar.

Il Vertice di Città del Messico ha espresso una volontà che senza dubbio va in tale direzione e quasi tutti i Paesi latinoamericani sembrano oggi rendersi conto che la loro vera istanza e riferimento non può essere, se mai lo è stata, l’Organizzazione degli Stati americani che ha costituito più che altro una cassa di risonanza delle posizioni degli Stati Uniti, ma che occorre costruire una propria organizzazione autonoma, imperniata proprio sulla CELAC, per far avanzare risposte comuni e condivise ai problemi comuni tra Stati e popoli che rappresentano un settore sempre più importante e decisivo della comunità internazionale.

Anche il parallelo coll’Unione europea, formulato da Lopez Obrador, è significativo in quanto esprime l’interesse dell’America Latina per l’esperimento di integrazione più avanzato dal punto di vista giuridico, ma va maneggiato con cautela alla luce della presente innegabile crisi dell’Unione europea che è in buona parte il frutto della sua impostazione originaria neoliberista mai rivista e superata.

I temi indicati dal Vertice di Città del Messico, a partire dai diritti dei popoli latinoamericani alla salute, al cibo, all’ambiente e alla pace, costituiranno sicuramente terreni concreti di confronto e iniziativa per tutti i Paesi latinoamericani per un lungo periodo di tempo.

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