Brasile, il complotto contro Lula

di Fabrizio Casari.

Con la sua entrata in carcere è giunto ad uno snodo fondamentale il complotto contro Ignacio Lula Da Silva, per tutti “Lula”, ex operaio metallurgico e sindacalista, fondatore del Partito dei Lavoratori (PT) e presidente del Brasile per due mandati consecutivi. Lula è stato giudicato colpevole di corruzione sulla esclusiva base di un teorema politico camuffato da inchiesta giudiziaria. Le accuse? Sarebbe stato destinatario di una tangente consistente in un appartamento. Accuse provate? No, basate su articoli di stampa privi persino di citazioni delle fonti. In trecento pagine di requisitoria non c’è nemmeno un’accusa provata.

A sostegno della Procura c’è solo un anonimo contratto di acquisto o cessione di un appartamento che si dice sia della società OAS; ma è un contratto senza intestazione di nessuna società e senza nessuna firma, meno che mai quella di Lula o di suoi familiari o conoscenti.

Tutto il procedimento investigativo è apparso come una iperbole, una sceneggiata propagandistica lontana da ogni minimo riscontro di elementi giuridicamente validi, un segno evidente e continuato di come il processo fosse solo destinato a colpire Lula e il PT. Lo scopo è di non permettere la ricandidatura dell’ex Presidente che, sondaggi alla mano, detronizzerebbe la rincorsa della destra e dei militari verso la definitiva riconquista del paese. Con l’ingresso in carcere di Lula, l’operazione iniziata con il golpe parlamentare che destituì Djilma può dirsi compiuta.

Non è un caso che la realizzazione dell’operazione sia stata affidata al giudice Sergio Moro, titolare della controversa inchiesta “Lava Jato”. Moro, infatti, fa parte di un gruppo di procuratori e giudici formati dagli Stati Uniti allo scopo di combattere la corruzione in America Latina. Frequentano corsi denominati “I ponti”, che vengono impartiti direttamente dal Dipartimento di Stato USA, ed è con il sostegno statunitense che vengono poi insediati nelle diverse sedi operative dei rispettivi paesi del subcontinente. Il giudice Moro, poi, è particolarmente noto per le sue passioni politiche destrorse, per essere un feroce oppositore di Lula e per le sue frequentazioni con appartenenti alla destra brasiliana, scandite dalla sua partecipazione a feste in case di personaggi che pure dovrebbero essere raggiunti dalla sua inchiesta ma che, guarda caso, ne restano fuori.

La “Lava Jato” è stata concepita con un obiettivo: sovvertire il quadro politico progressista scelto dagli elettori e sostituirlo con uno gradito a Washington e ai poteri forti locali. Per questo si doveva procedere su tre fronti contemporaneamente: abbattere il governo di Dijlma Roussef, colpire a fondo il PT e, in particolare, mettere Lula in condizioni di non nuocere per un bel pezzo.

Perché il complotto contro Lula? Ci sono ragioni storiche e contingenti. Va detto che Ignacio Lula Da Silva è considerato uomo che ogni militante della sinistra latinoamericana riconosce tra i suoi padri putativi e, per converso, viene visto come nemico giurato dall’establishment degli Stati Uniti. Non si tratta, come spesso accade negli States, di idrofobia ideologica, hanno molte ragioni per ritenerlo un avversario temibile per i loro interessi.

Lula, infatti, oltre ad aver fondato il PT, fu colui che dopo la caduta del campo socialista scelse la via della controffensiva politica e diede vita – insieme a Fidel Castro e Daniel Ortega – al Foro di Sao Paulo, l’organismo che raccolse tutti i partiti della sinistra latinoamericana e che permise all’intero continente un procedere ed una identità politica unitaria. I quasi venti anni di governo che hanno marcato la rinascita democratica dell’America Latina, hanno origine proprio da lì.

Lula è anche colui che affossò definitivamente l’ALCA (Alleanza di libero scambio tra USA e America Latina) voluta dagli USA governati da Clinton prima e dai Bush poi. Con la fine dell’Alca venne meno il controllo di Washington sulle economie latinoamericane e si aprì la stagione della cooperazione interregionale che sfociò nella decada di crescita economica maggiore nella storia del subcontinente, ormai sganciato dal Washington Consensus.

Lula fu poi colui che da presidente brasiliano intervenne con il petrolio brasiliano per rendere innocua la serrata petrolifera venezuelana contro il Presidente Chavez, stroncando così sul nascere ogni velleità golpista in stile cileno ai suoi danni.

Aprì il mercato brasiliano a Russia, Cina e Iran, sfidando le ire statunitensi e con i Brics aprì un cuneo importantissimo nel domino internazionale, portando India, Russia, Cina e Sudafrica ad irrompere con il loro peso economico, strategico, politico e demografico nei fragili equilibri che vedono il dominio occidentale sul sistema planetario. Visto da Washington, quindi, Lula è certamente colpevole di destabilizzazione degli interessi economici statunitensi e colpevole di una idea del mondo e del suo paese decisamente non consona.

Il Brasile è strategicamente fondamentale per il recupero del dominio statunitense sull’America Latina e le vittorie di Macrì in Argentina e di Pineira in Cile non avrebbero impatti determinanti sull’assetto continentale se arrivsse di nuovo la sinistra al governo di Brasilia. Chiaro quindi che l’annuncio della sua ricandidatura ha spaventato non poco destra brasiliana e Stati Uniti. Perché oltre ad essere il leader naturale del suo partito (il primo del paese) e il politico di maggior rilievo della scena nazionale, Lula è, a distanza di anni dalla sua uscita dal Planalto, l’uomo verso il quale la stragrande maggioranza dei brasiliani ripone la maggior fiducia. Del resto, in otto anni da presidente Lula portò fuori dalla miseria 32 milioni di persone, implementò riforme del sistema socioeconomico destinate a favorire la crescente integrazione degli esclusi e portò il Brasile – la cui economia con lui crebbe a due cifre e per diversi anni –  nel gruppo di testa delle potenze economiche mondiali.

Ovvio quindi che chi vuole mantenere il gigante carioca alle dipendenze di Washington deve fare in modo che Lula non vinca e, per impedire che ciò avvenga, l’ex presidente non deve potersi presentare. Perché proprio la sua intenzione di ricandidarsi alla guida del Brasile già lo vede disporre del 40% delle intenzioni di voto, dato che lo pone di gran lunga in vantaggio nei confronti sia della destra che dell’estrema destra dei militari.

La messa in mora di Lula si ripercuote immediatamente sia sul prossimo risultato elettorale che sulla stabilità politica. La destra al governo, ad esempio, determina il sostanziale blocco operativo della Petrobras; il che permette alla Chevron di rientrare in gioco nel mercato brasiliano dell’estrazione e distribuzione del greggio (uno dei maggiori al mondo).

Tenere lontano Lula e il PT dal Planalto, permette alla JP Morgan di rimettere le unghie nella privatizzazione delle pensioni voluta dall’ultracorrotto Presidente Temer, che ha dato il via – in alcuni casi senza nemmeno la legittimità parlamentare –  a questa ed altre “riforme” ispirate dalle multinazionali statunitensi. Tra queste c’è quella del lavoro, che prevede la durata della giornata lavorativa portata da 8 a 12 ore. Allo stesso tempo, con la scusa della stabilità dei conti, si prova a istaurare il blocco della spesa pubblica per venti anni su sanità, istruzione, assistenza sociale e piani di sviluppo.

Perché queste perle abbiano seguito si deve però impedire l’arrivo del PT al governo: impedire che la politica controlli l’economia del paese è decisivo per il progetto delle multinazionali USA di invadere il Brasile con fondi speculativi multinazionali, destinati a depredare le sue immense risorse naturali e, attraverso la privatizzazione dei servizi per trovare quella liquidità di cui le multinazionali statunitensi hanno bisogno in un quadro internazionale recessivo.

Solidali con l’ex presidente brasiliano molti leader della sinistra sudamericana. “Non solo il Brasile, è il mondo intero che ti abbraccia”, ha scritto il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, denunciando che “la destra, incapace di vincere democraticamente, ha scelto la via giudiziaria per disciplinare le forze popolari”. Per il presidente boliviano Evo Morales, “all’oligarchia non interessa né la democrazia né la giustizia: la vera ragione per la quale si condanna il fratello Lula è per impedire che torni ad essere il presidente del Brasile. La destra non gli perdonerà mai di aver tolto dalla miseria a 30 milioni di poveri”.

Il Presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha inviato un messaggio dove afferma: “Lula, fratello, i guardiani degli interessi imperiali si sono pronunciati contro di te ma la loro decisione attizza ancor più il fuoco liberatore dei nostri popoli ai quali appartieni e che ispiri, come un referente glorioso di questi nostri tempi difficili, sfidanti, complessi ma mobilitanti”. Manifestazioni di solidarietà con Lula sono arrivate anche da Raul Castro e da ex capi di Stato latinoamericani, come l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner, il cileno Ricardo Lagos, l’uruguayano José “Pepe” Mujica e l’ecuadoriano Rafael Correa.

Difficile poter pensare che Lula, che gode di così tanto consenso e solidarietà dentro e fuori del Brasile, possa finire nel dimenticatoio. Due sono gli scenari possibili: dichiarando apertamente l’obiettivo della sua liberazione, la corsa elettorale del PT diventerà la più ardua ma per certi versi la più entusiasmante della sua storia, dovendo restituire Lula al suo popolo. E’ l’unica scelta possibile per impedire l’altro scenario, quello fosco, che prevede di ridurlo al silenzio, con qualsiasi mezzo.

E’ la soluzione che auspicano i militari, portavoce della parte più reazionaria delle elites, che si sono esposti ben oltre i loro ambiti istituzionali nel chiedere la prigione per Lula, colpevole di aver ridotto abusi e prepotenze dei militari oltre che contenerne il ruolo politico nel paese. Ma l’ex operaio divenuto presidente è boccone troppo duro persino per i denti aguzzi dei pescecani in uniforme. Un conto è sparare agli ultimi innocenti nelle favelas, un altro è sfidare il mondo intero che vigila attentamente sulla sorte del futuro presidente del Brasile.

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