America Latina, l’impero inciampa

di Fabrizio Casari.

La violenta repressione con la quale il regime cileno e quello ecuadoriano hanno reagito all’insorgere delle proteste sociali, fa emergere la crisi strutturale di un modello economico e politico che si è venduto come il migliore possibile, generatore unico di ricchezza e stabilità; a ben vedere, però, la ricchezza é per pochi e la stabilità è obbligata con le armi. La crisi profonda del modello è lo sfondo sul quale si è impantanata l’operazione di reconquista del continente da parte degli Stati Uniti, iniziata con Obama e proseguita con passi più aggressivi da Tump. Identico l’obiettivo: riportare nell’orbita USA l’America Latina, le sue ricchezze ed il ruolo geopolitico di un continente che affaccia su due oceani ed è situato nella più grande biosfera e nella maggiore riserva d’acqua del pianeta. Recuperarla agli interessi dominanti delle multinazionali statunitensi ed al controllo militare e politico di Washington è stato considerata la missione da compiere, la reconquista dei Paesi che avevano scelto il governo dei loro interessi e non quelli statunitensi.

C’era una volta, infatti, non molto tempo fa, un’America Latina che riduceva le diseguaglianze, ammortizzava i conflitti, faceva crescere le economie, migliorava i suoi indici di sviluppo e incrementava cooperazione e integrazione continentale. Addirittura costituiva luoghi politici ed economici indipendenti dal Washington consensus, programmava politiche di pace nel continente e lavorava a posizioni comuni nei fori internazionali. Era, quell’America Latina, una seria minaccia per l’impero, che sin dal primo mandato di Obama, nel tentativo di fermare la decadenza, decise di recuperare ai suoi interessi strategici per rinforzare la sua potenza economica residua: dunque, rivolse di nuovo lo sguardo a Sud per prendersi ciò che ritiene suo, secondo la tristemente nota Dottrina Monroe. Temevano le sovranità nazionali nel giardino di casa e vollero procedere alla reconquista del continente, sia per ostilità politica quanto per affrontare la sfida globale con Russia e Cina; decisero dunque di puntellare il dominio sull’America Latina, dove scaricano le loro eccedenze e da dove estraggono la ricchezza che serve non solo al mantenimento del ruolo di superpotenza ma anche alla loro stessa sopravvivenza.

L’apparire sulla scena delle guerre di quarta generazione è stata la cifra di una amministrazione USA che ha deciso d’innalzare l’odio ideologico oltre le sue stesse convenienze politiche.

Il denaro è stato ed è l’arma principale utilizzata per fermare l’integrazione latinoamericana e la strategia di reconquista ha usato armi sofisticate, basatesi su due leve: la destabilizzazione attraverso tentati colpi di stato dei paesi socialisti e progressisti (in primo luogo Venezuela e Nicaragua ed ora anche Bolivia) e la leva giudiziaria, con l’utilizzo di magistrati corrotti, comandati da Washington, per cospirazioni contro i leader della sinistra latinoamericana. Colpi di Stato militari e parlamentari, cospirazioni politiche e giudiziarie, destabilizzazione e sanzioni, campagne mediatiche menzognere, sono stati gli strumenti di volta in volta utilizzati per provare ad abbattere i resistenti.

Ma nonostante tutto, l’operazione presenta, ad oggi, un saldo negativo. Il recupero alle convenienze statunitensi del subcontinente, che pure ha riscosso significativi successi, si è fermato: l’agognata reconquista dell’America Latina da parte degli USA non c’è stata. Anzi, il quadro d’insieme del contesto latinoamericano indica convulsioni politiche destabilizzanti proprio per l’impero. L’Argentina ha già licenziato in tronco il neoliberismo dopo solo 4 anni di governo. La Colombia, che alle elezioni municipali di domenica scorsa ha proposto una vittoria ampia della sinistra e la sconfitta brusca dell’uribismo, stando ai rapporti FAO è ormai un paese con oltre il 14% della popolazione che si nutre di avanzi quando riesce a trovarli; il Perù è immerso in una crisi politica sullo sfondo di uno scontro virulento tra poteri dello Stato. Il Cile è avvolto nelle fiamme della protesta di lavoratori e studenti contro il sistema pinochettista, ovvero repressione militare e turbo liberismo. L’Ecuador è scosso nelle fondamenta dalla ribellione contro un presidente che ha fatto del tradimento la moneta della sua carriera politica e che cede al FMI la sovranità nazionale. Il Brasile, potenza economica e politica fino al governo di Dijlma, è attraversato da una crisi sociale durissima e una scarsa credibilità politica. Haiti è in preda ad una rivolta sociale violenta, in Honduras il Presidente è sotto inchiesta per traffici illeciti, Guatemala, Panama e persino l’insignificante Costa Rica hanno dovuto piegare con una brutale repressione le proteste sociali che hanno attraversato i rispettivi paesi nell’ultimo anno.

Sono proteste che, sebbene generate da situazioni diverse, hanno un unico comune denominatore: l’esaurimento della spinta propulsiva del liberismo monetarista che, nel suo svilupparsi, ha mostrato tutta la rudezza di una dottrina che prevede impoverimento di massa e imbarbarimento delle società come passaggi obbligati per la concentrazione della ricchezza in poche mani. L’estensione oltre ogni sopportabilità delle diseguaglianze ne ha mostrato il limite intrinseco, la sua inapplicabilità a lungo termine su larga scala. Nei paesi “recuperati” al comando di Washington nel corso di questi ultimi anni, sono precipitati gli indici di sviluppo socioeconomico, riportando in emersione denutrizione, analfabetismo, mortalità infantile e fenomeni epidemiologici come dettagli di un generale, brusco impoverimento dei rispettivi paesi e del continente tutto. Le ricette del FMI, che costituiscono il programma di governo della destra liberista, sono risultate incompatibili con la vita di decine di milioni di latinoamericani. Le politiche liberiste, del resto, già nocive nei paesi a capitalismo avanzato, producono distruzione e tragedie immani in società economicamente più fragili e socialmente impoverite, con forti disuguaglianze interne causa estrema polarizzazione sociale. Non vi è nemmeno la possibilità di erosione lenta del risparmio, come avviene nell’Europa dell’Ovest, in funzione di ammortizzatore della crisi. E non funziona l’equazione che il liberismo propone tra riduzione della spesa, rigore in economia con inflazione insignificante e pareggio di bilancio: aumentano sia le disuguaglianze che il deficit.

Su un altro piano, la violente repressioni in corso denunciano la crisi politica di sistema, che rifiuta delle regole del gioco democratico. Si rifiutano dei verdetti elettorali, si mina in radice la legittimità del voto, ovvero l’essenza dei diritti politici, svelando così l’ideologia autoritaria di sistemi che vantano invece orientamento democratico e liberale. Nella difesa a qualunque costo di un modello necessario al mantenimento della leadership economica, politica e militare statunitense, il sistema entra in rotta di collisione anche con la democrazia formale. Si ripropone il ricorso ai militari da parte di un capitalismo messo all’angolo dalla sua stessa crisi.

Anche sul piano più squisitamente politico, gli obiettivi della Casa Bianca sono quasi tutti falliti e Trump ha sommato figure pessime ovunque, dal Venezuela al Nicaragua, dalla Bolivia all’Argentina, dalla OSA alle Nazioni Unite. I paesi che fanno parte dell’Alleanza Bolivariana delle Americhe (ALBA) hanno resistito alla embestida imperiale e non ha funzionato il tentativo di costituire un’organizzazione continentale in loro contrapposizione da utilizzare come spalla per le pressioni della OEA, ovvero il Gruppo di Lima. Un organismo già depotenziato politicamente e numericamente, delegittimatosi definitivamente con le posizioni assunte sulla crisi venezuelana. Ultima figuraccia? Proporre alla Bolivia di procedere al secondo turno elettorale anche nel caso il primo turno avesse assegnato la vittoria ad Evo Morales!

Le vittorie in Bolivia e Argentina aprono una fase nuova per il riordino progressista del continente e l’effetto domino si ripercuoterà sul Brasile. Questo non significa che gli USA recedano, anzi tenteranno ogni mossa pur di riprendersi con la forza ciò che non hanno con il consenso. In questo senso va la riunione a Quito dei ministri della Giustizia e della Difesa dei paesi del Cono Sud, che certifica il legame operativo tra  complotti giudiziari e golpismo, ovvero le due gambe del cammino della reconquista. Alla riunione parteciperà Almagro, segretario dell’OSA convinto che Cuba e Venezuela siano il nemico da abbattere. Il tema della riunione è “Il futuro del continente”, sul quale il comando Sud dell’U.S. Army offrirà adeguati suggerimenti.

La dimensione coloniale più stupida e brutale è del resto la cifra dell’elaborazione politica statunitense, ma il ciclo della storia è inarrestabile: non può essere più l’America Latina che dona sangue, ricchezze e leadership perduta alla rinascita dell’impero. La giostra della storia ha ricominciato a girare nel verso giusto, che contrappone gli interessi delle moltitudini a quelli di minoranze bianche e cleptomani, sovranisti in casa e annessionisti fuori.

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